Quaestiones disputatae – Invito alla discussione: La questione del tradizionalismo

Il recente Motu proprio del Santo Padre che concede ulteriori facilitazioni alla celebrazione del Rito romano antico della S.Messa, ha rimesso alla ribalta la questione e la presenza del tradizionalismo cattolico e quindi ha riproposto con vivezza la questione di cosa si deve intendere con questo termine. Si deve distinguere un tradizionalismo sano da un tradizionalismo scismatico?

Padre Tyn si considerava apertamente “tradizionalista”. Ma non era certo un lefevriano. Con questo termine egli intendeva semplicemente il cattolico che, senza mancare di obbedienza ai decreti del Concilio e del postconcilio, intende restar fedele alle tradizioni immutabili della Chiesa, pur nel rifiuto di quelle superate e mutevoli.

Egli dunque ha dato un senso all’appellativo di “tradizionalista” accettabile per un cattolico. Viceversa i progressisti modernisti da tempo vedono con  disprezzo l’essere tradizionalista, come se si trattasse di una posizione contraria agli insegnamenti del Concilio Vaticano II.

Può esistere nella Chiesa, nel rispetto da parte di tutti dei valori essenziali ed universali dell’essere cattolico, un sano tradizionalismo accanto a un sano progressismo? Se guardiamo alla storia della Chiesa e all’esempio dei santi, non dobbiamo rispondere affermativamente a questa domanda? Taziano non voleva forse mantenere il pensiero biblico immune dall’influsso greco, mentre Clemente Alessandrino era favorevole all’assunzione della sapienza greca nella sapienza cristiana? Un S.Tommaso non spinse forse la teologia verso nuovi orizzonti? mentre S.Bonaventura  era invece preoccupato di salvaguardare la teologia tradizionale? Ai tempi della Riforma tridentina i Domenicani furono i difensori del tomismo tradizionale, mentre i Gesuiti si impegnarono nell’assunzione dei valori dell’Umanesimo. All’epoca del Concilio Vaticano I assistiamo al confronto tra i cattolici liberali e i cattolici tradizionalisti. All’epoca dello stesso modernismo non mancò un confronto leale fra innovatori e conservatori. Il confronto tra il tradizionalista Garrigou-Lagrange e il progressista Maritain, o tra i due grandi teologi domenicani, il tradizionalista Ramirez e il progressista Congar, alla soglia del Vaticano II, non impedì tra di loro una profonda comunione spirituale, anche se tra qualche accidentale dissapore.

Tradizionalismo e progressismo si completano a vicenda, perché il pensiero umano e per conseguenza il pensiero teologico si compone strutturalmente di fedeltà all’immutabile e di spinta verso il nuovo. Questo duplice aspetto, contenuto nei giusti limiti, è del tutto fisiologico e sarebbe grave errore voler eliminare uno dei due aspetti o ridurre l’uno all’altro.

Se le cose stanno così, e sulla base dei comuni valori del cattolicesimo, non dovrebbero esserci serena convivenza, comune rispetto e reciproca collaborazione fra tradizionalisti e progressisti? E il tradizionalismo di Padre Tyn, immune com’è da settarismo e faziosità, non è forse fatto apposta per convivere con un progressismo alla Maritain – tanto per intenderci -, in perfetta consonanza col Magistero della Chiesa e con la stessa tradizione cattolica?

Di prossima discussione: Realismo o idealismo

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3 Risposte to “Quaestiones disputatae – Invito alla discussione: La questione del tradizionalismo”

  1. Matilde Says:

    Vorrei fare intervenire Padre Tomas Tyn scegliendo alcuni brani della
    Conferenza del 16 marzo 1987 “Eucaristia: La Santa Messa”, pubblicato sul sito http://www.arpato.org, rubrica “Lezioni e Corsi”

    “Abbiamo visto l’altra volta la definizione del sacrificio. Si intende per sacrificio un’offerta, si tratta di offrire qualche cosa, qualche dono, qualche bene a Dio. Ma non basta l’elemento dell’offerta, bisogna che questa offerta avvenga tramite i legittimi ministri, cioè i ministri chiamati da Dio per ofrirgli tali offerte. Inoltre, e questo è molto importante perché costituisce appunto il sacrificio, occorre che questa vittima sacrificale, cioè il dono sacrificale, venga distrutto durante l’azione sacrificale stessa. Così la distruzione del dono è essenziale.

    L’alleanza nasce nel sacrificio. E così quando Gesù dice nell’ultima cena: “Questo è il calice del mio sangue, del sangue della Nuova ed Eterna Alleanza”, voi capite miei cari che quel sangue che Gesù ripropone come sangue della Nuova Alleanza per una stretta analogia, che si impone a rigore di logica, non poteva non essere un sangue sacrificale.
    Vedete come sono assolutamente inconsistenti tutti gli altri tentativi di una esegesi antisacrifica-le dell’ultima cena? Gesù compie proprio un gesto pasquale, eminentemente pasquale, con la consapevolezza che adempiendo la Pasqua antica, Egli stesso, con la sua divina autorità – perché solo Dio può stabilire l’alleanza – istituisce una Nuova ed Eterna Alleanza, fondata anch’essa come la prima nel san-gue di un sacrificio, però non più nel sangue di animali sacrificali, di capri e di giovenchi, ma in un sangue sacrificale dello stesso Figlio di Dio.
    E’ quello che dice San Paolo così eloquentemente nella Lettera agli Ebrei.

    Il sacrificio della Croce è piantato nella storia della Chiesa in mezzo alle due Alleanze. Esso stabilisce un evento assolutamente unico, come tale irrepetibile.

    La nostra dottrina cattolica è dunque questa: che Gesù ha offerto un solo sacrificio, quello della Croce, però quel dato sacrificio e non un altro, quello solo, il quale viene riproposto cioè reso realmente presente in ogni celebrazione eucaristica.
    Vedete come ogni celebrazione eucaristica è un vero nuovo sacrificio, ma non quanto a ciò che contiene, perché ciò che contiene è l’unico sacrificio, sempre antico e sempre nuovo, perchè sempre rinnovato nella sua identità che non muta. Oh! Però qui siamo in una grossa difficoltà perché bisogna spiegare, per quanto è possibile, come si può riproporre in tanti momenti distinti, in ogni celebrazione della santa Messa, quell’evento unico avvenuto nel passato, cioè l’evento della Croce?
    Allora notate, il Concilio di Trento insegna che la santa Messa è vero sacrificio di Cristo, vero sacrificio della Nuova Alleanza, che non è diverso da quello della Croce. Il sacrificio della Messa diffe-risce dal sacrificio della Croce, ma non nel sacerdote. Perché quanto al sacerdote, noialtri poveri mini-stri del Signore, quando pronunciamo le parole della consacrazione, siamo puri strumenti nella mano del sommo ed eterno Sacerdote.

    Quindi il sacerdote è ancora uno solo, Gesù Cristo. E la vittima sacrificale è forse diversa? No, di certo, perché un solo Signore Gesù Cristo è morto per noi sulla Croce. Quindi, se diciamo che noi offriamo nella stessa santa Messa ancora lo stesso sacrificio della Croce, è ancora Gesù che viene offerto.
    Gesù viene offerto. E allora qual è la differenza tra il sacrificio della Croce e il sacrificio della santa Messa? Una sola. Non in ciò che viene sacrificato o meglio in Colui che viene sacrificato, né in Colui che si sacrifica come sacerdote, bensì nel modo di sacrificare, nel modo di sacrificare. Sottolineo bene questo perché non è una cosa facile da afferrare: è il modo di sacrificare.
    La differenza del modo è questa: che il sacrificio della Croce è stato un sacrificio cruento, una uccisione fisica del Salvatore. E’ forse lecito uccidere il Salvatore? No di certo, è un crimine. Se la san-ta Messa fosse una uccisione fisica di Cristo, non sarebbe lecito dirla.

    Quindi certamente la santa Messa non è un sacrificio cruento, una uccisione fisica di Gesù. Quindi la differenza è tra il modo cruento e quello incruento, il modo passibile e il modo impassibile.
    Ecco perché è presente nei nostri altari: quando celebriamo il sacrificio della santa Messa, è pre-sente Gesù Cristo, ma quel Gesù che è ormai assiso alla destra del Padre, quel Gesù che una volta mor-to più non muore, ma vive in eterno.
    Quindi Gesù non può più essere toccato né dal dolore, né dalla tristezza, né dalla morte, tutte queste cose non lo riguardano più. E quindi adesso dobbiamo spiegare come il Cristo glorioso, impas-sibile e immortale viene però realmente distrutto, cioè sacrificato in maniera impassibile.
    Come avviene questa distruzione? Vedete, questa è la difficoltà da spiegare. Ebbene notate, ab-biamo detto che nella santa Messa ci troviamo dinanzi alla reale presenza di Gesù. Quindi, quando me-ditate sulla santa Messa e sull’Eucaristia, dovete ricorrere di nuovo a questa pienezza dell’Eucaristia, che è la presenza reale di Gesù, presenza reale, fisica, obiettiva di Gesù, vero Dio e vero uomo, dalla quale tutto parte.
    Gesù è presente tutto, secondo tutte le sue dimensioni, è presente in virtù del sacramento, perché le parole e la forma del sacramento che precisano il significato di questa azione simbolica sacramenta-le, sono “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”.

    Notate bene un’altra cosa: siccome il Cristo glorioso non è solo il corpo di qua e il sangue di là, ma il corpo glorioso di Cristo è il corpo nelle cui vene scorre il sangue per tutta l’eternità, pensateci be-ne. Anche noi siamo chiamati a questa gloriosa risurrezione, è un pensiero molto opportuno, questo, proprio nel santo tempo di Pasqua che si sta avvicinando. Infatti, la risurrezione va presa molto sul se-rio. Gesù è risorto proprio nella realtà fisica del suo corpo.
    ….
    Noi cattolici invece diciamo, secondo la verità della fede, che Gesù è risorto nel suo corpo vero, corpo fisico, quel corpo che fu prostrato nella morte, sennò la resurrezione non avrebbe significato alcuno. Notate, cari, vedete, insisto molto, perché voglio bene all’anima mia e alle vostre, e quindi insisto perchè senza la fede non si può piacere a Dio. Infatti la nostra fede è insidiata da tanti sofismi, che vorrebbero renderla facile. Certo è molto più facile, miei cari, credere che il fatto della resurrezione sia una vicenda che non abbia toccato la storia. Allora è lì campata per aria. Sì, – si dice – io credo così: è risorto nella mia fede. No. Invece la mia fede dipende dalla risurrezione obbiettivamente avvenuta!

    Allora, notate bene miei cari, a rigor di logica, i teologi e non solo i teologi distinguono, ma penso noi tutti siamo costretti a distinguere il seguente duplice aspetto. Sembrano parole difficili, ma spero di spiegarmi abbastanza facilmente. Dunque si tratta di questo, cioè di una presenza in virtù del sacramento. Memorizzate bene la parola “in virtù del sacramento”: secondo Sant’Agostino “sacramen-to” significa segno sacro, quindi presenza in virtù del segno sacramentale.
    Poi c’è un’altra presenza, in virtù della reale concomitanza. In latino concomitare vuol dire accompagnare. Ecco, le parole sono chiare. Adesso spiego. In virtù del sacramento che cosa è presente? Abbiamo ben detto che i sacramenti efficiunt id quod significant, producono realmente ciò che signifi-cano. Quindi, se il sacerdote dice sul pane, “questo è il mio corpo”, che cosa è significato in queste pa-role? Ovviamente il corpo. Se poi dice sul calice del vino “questo è il mio sangue”, che cos’è significa-to? Il sangue. Quindi separatamente il corpo di qua, e il sangue di là. Perciò in virtù del sacramento o segno efficace, ripeto: efficace, è presente separatamente il corpo nella specie del pane e il sangue nella specie del vino.
    Quindi la presenza, in virtù del solo sacramento, comporta la sola presenza del corpo e del san-gue di Gesù. Mentre, in virtù della reale concomitanza, cioè in virtù dell’insieme di quelle realtà che di fatto integrano il Cristo glorioso come ora si trova nella sua gloria, questa reale concomitanza fa sì che sia presente il Christus Totus, il Cristo tutto, cioè che il corpo non sia il corpo cadaverico, perché Gesù adesso, dopo la risurrezione, non è ovviamente un cadavere, come lo era invece il sabato santo quando era nel sepolcro.

    Così nel sangue non c’è solo il sangue, ma con il sangue resosi presente in virtù del sacramento, c’è tramite la concomitanza anche tutto ciò che appartiene alla realtà di Gesù. Ecco, miei cari, questo mi fa un grande piacere perchè così concluderemo con molta facilità. In fondo bisogna trovare nella santa Messa un momento che ci permetta di dire che avviene una reale, non fittizia, o semplice ricordo o qualche pia aspirazione del nostro cuore, no, una reale distruzione della vittima eucaristica, posta innanzi ontologicamente ed obbiettivamente.
    Com’è possibile distruggere l’indistruttibile? Ecco la difficoltà. Cioè Gesù è presente impassibilmente, allora come è possibile rendere presente la sua passione, in Lui impassibile? Allora vedete che nella santa Messa c’è però una parte che non solo rappresenta, ma rappresentando rende realmente presente, perché si tratta di un’azione sacramentale, quindi tale da significare e anche da produrre.

    Vedete, quindi, come in qualche modo, da un lato sotto la specie del pane, nella prima consa-crazione, si rende presente tutto Gesù, ma sotto l’aspetto del corpo, nell’altra consacrazione ancora tutto Gesù, ma sotto l’aspetto del sangue, separando non solo a livello di significato, ma anche a livello di realtà, perché l’Eucaristia è, ripeto, sacramento ed effetto del sacramento, sacramento segno e sacramento realtà.
    Quindi nell’Eucaristia avviene una sia significata che reale separazione del corpo e del sangue di Gesù. Ora è questa duplice consacrazione che pone separatamente sull’altare il corpo e il sangue di Gesù, proprio essa è appunto il costitutivo del sacrificio della santa Messa. Quindi Gesù è presente tutto, impassibile, però tramite il modo reale e sostanziale di rendersi presente, cioè tramite la duplice transustanziazione nella sua radicale dualità.
    Gesù si rende presente con la presente separazione del sangue dal corpo. Ora un corpo che è in qualche modo dissanguato è un corpo sacrificato. Vedete cari come nella santa Messa, pensateci sempre: quando il sacerdote fa l’elevazione dell’Ostia santa e poi del Calice, pensateci bene, voi che assiste-te: è una cosa stupenda, miei cari, guardate che, per fortuna mia sono troppo incosciente: se ci pensassi, chissà che colpo mi verrebbe!
    Il fatto è che dinanzi a questa realtà, noi assistiamo non solo ad un ricordo della Croce del Salvatore, ma alla realtà della Croce. Capite quello che voglio dire, miei cari? E’ come se stessimo lì, al Calvario, con la Beata Vergine, con San Giovanni, proprio dinanzi a Gesù Crocifisso. Pensate come è importante allora la santa Messa!
    …”

  2. arpatoblog Says:

    Tradizionalismo e liturgia Sappiamo come fin dall’immediato periodo del postconcilio si siano formati nella Chiesa alcuni movimenti, i quali hanno ritenuto, in vari modi e misure, che alcuni insegnamenti del Concilio si ponessero in contrasto con la Tradizione cattolica su alcuni punti. Tra questi c’è la liturgia della S.Messa.

    In questi movimenti bisogna fare una chiara distinzione. C’è quello di Mons.Lefèbvre, esprimentesi nelle “Fraternità S.Pio X”, il quale respinse gli insegnamenti dottrinali del Concilio ed in particolare ritenne che la Messa riformata di Paolo VI fosse in contrasto con la Tradizione liturgica, e pertanto non valida, per cui egli con i suoi seguaci continuarono a celebrare secondo il rito tridentino, peraltro con un atteggiamento di disobbedienza alla S.Sede, che condusse questa, come è noto, a scomunicare il Presule insieme con i Vescovi da lui consacrati.

    E’ altrettanto noto però che di recente il Papa ha tolto la scomunica ed ha resa più facile la possibilità di celebrare la Messa tridentina, la quale peraltro non era mai stata proibita né abolita, ma solo permessa a condizioni piuttosto ristrette.

    E c’è un movimento tradizionalista, che si esprime in varie tendenze ed associazioni, il quale non respinge i decreti dottrinali del Concilio e del postconcilio, accoglie in pienezza l’autorità dei Sommi Pontefici fino all’attuale, è in piena comunione con la Chiesa, e non giudica affatto invalida la Messa riformata.

    Pertanto i sacerdoti di questo movimento celebrano volentieri e quasi tutti abitualmente questa Messa, anche se non nascondono una loro personale preferenza per quella tridentina, che celebrano periodicamente od occasionalmente con i dovuti permessi dell’Autorità.

    Il tradizionalismo di questo secondo movimento, al quale apparteneva il Servo di Dio, consisteva nel richiamare alla memoria valori tradizionali dottrinali e pratici perenni ed immutabili, che stanno a fondamento della struttura essenziale della Chiesa, e che nell’agitato periodo postconciliare, erano sistematicamente e slealmente fraintesi od occultati o disprezzati da un risorto movimento modernista, il quale, con abile inganno, era riuscito a farsi credere presso molti, non esclusi ambienti della cultura e della gerarchia, come interprete “di punta” del messaggio conciliare, convincendo molti che la Messa di S.Pio V non era più valida e doveva essere assolutamente e in ogni caso sostituita da quella di Paolo VI, interpretata e celebrata peraltro spesso in modo soggettivo ed arbitrario, in contrasto con le norme liturgiche della stessa Messa riformata.

    I tradizionalisti di questo secondo tipo hanno compreso che il Concilio non ha per nulla mutato o falsificato la sostanza della Messa – cosa questa inconcepibile per un vero cattolico – ma semplicemente ha apportato alcune modifiche, soppressioni o aggiunte, al fine di rendere il cerimoniale e il modo di celebrare più attento a legittime esigenze del popolo di Dio del nostro tempo, e di evidenziare alcuni aspetti della Messa più apprezzati dalla spiritualità moderna, come per esempio la ricchezza mistica della Parola di Dio, l’aspetto comunionale del rito eucaristico, una più facile comunicazione, il fatto che ogni fedele deve sentirsi attivamente partecipe all’azione del sacerdote, una legittima creatività, il valore della varietà del modo di lodare il Signore.

    Viceversa questi tradizionalisti hanno voluto rimettere nel dovuto onore alcuni aspetti essenziali del rito eucaristico, come la presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo sotto le specie eucaristiche, il valore della adorazione eucaristica, l’aspetto del sacrificio, lungamente sviluppato nel brano citato di P.Tyn, inoltre il rapporto del celebrante insieme con i fedeli con la trascendenza del Mistero divino, ed infine il significato della lingua latina come espressione della cattolicità e della perennità della Chiesa.

    Inoltre un pregio di questo tradizionalismo moderato è dato dal fatto che esso distingue la sacra Tradizione nella sua immutabilità, valore questo che nessun Concilio potrà mai smentire, da altre tradizioni, le quali, per quanto rispettabili e durature, essendo alla fin fine frutto della semplice prudenza umana, benchè ecclesiale, finiscono dopo un certo tempo per esaurire la loro funzione benefica, per cui, se dovessero essere mantenute, finirebbero per essere un peso inutile oppure fare del danno. In tal modo questi tradizionalisti apprezzano e rispettano la pluralità e la varietà delle legittime tradizioni locali consentendo l’opera dell’inculturazione della fede.

    Inoltre questo sano tradizionalismo, dato che sa cogliere la vera sostanza dogmatica universale ed immutabile del Sacrificio Eucaristico, mostra con ciò stesso di essere sanamente distaccato da elementi secondari ed accidentali dai quali, in circostanze eccezionali, il celebrante può essere indubbiamente dispensato, come per esempio è accaduto sotto certi regimi dittatoriali, allorchè il sacerdote ha potuto celebrare validamente, a volte con vero eroismo, pur nell’assenza di elementi secondari e non essenziali.

    Padre Giovanni Cavalcoli, OP Bologna, 30 maggio 2009

  3. Daniele Nigro Says:

    Il testo mette in rilievo il “tradizionalismo” di Padre Tyn differenziandolo da quello lefebvriano. Ma il tradizionalismo non può che essere uno, differenziandosi il modo di propugnarlo. Quello di Padre Tyn viene definito immune da “settarismo e faziosità”, quasi alludendo che il gesto di Mons. Lefebvre avesse altri scopi e che i lefebvriani siano mossi da passioni mondane. Questo, a mio avviso, non é pienamente condivisibile; poiché, tralasciando alcuni sviluppi della Fraternità San Pio X, non credo affatto che Lefebvre sia stato mosso da altro motivo se non quello di difendere il Magistero della Chiesa Cattolica dai tentativi, in parte riusciti, di smantellamento e mutilazione attuati da una parte del clero e dei padri conciliari, capaci di soggiogare addirittura il Sommo Pontefice.

    Credo che si sia di fronte a due metodi diversi, e che diventano tali nel preciso momento delle ordinazioni episcopali operate da Mons. Lefebvre. Prima di queste ed in seno al Concilio egli aveva operato dall’interno della Chiesa e si era speso totalmente affinché la situazione non prendesse la china che poi ha preso. In quel preciso istante Mons. Lefebvre commise forse il suo più grande errore che ha di fatto ritardato i tempi del riaffiorare nella coscienza comune dei problemi che portava in sé la riforma liturgica, però esso fu sicuramente dovuto a pressioni interne al movimento e al delinearsi di prospettive preoccupanti, era ormai anziano.

    Credo però che un ruolo fondamentale nella vicenda l’abbiano giocato i Pontefici. Solo la profonda sensibilità di pastore e lo spessore intellettuale di Benedetto XVI lo hanno potuto portare a fare le scelte coraggiose che ha fatto. Senza Benedetto XVI né Mons. Lefebvre, né Padre Tyn sarebbero riusciti a cambiare la situazione. L’uno accusato di settarismo, l’altro isolato all’interno della Chiesa moderna sarebbero rimasti riferimenti marginali; così come lo sono stati fino ad ora.

    Gli inviti a margine dell’articolo non possono che essere condivisi appieno. Tradizionalismo e progressismo devono dialogare ed interagire perché senza il primo il secondo non esisterebbe, ma a volte senza il secondo non si potrebbero rettificare sbavature del primo.

    Il metodo di Padre Tyn, cioè quello di operare dall’interno della Chiesa, così come fece San Francesco, é sicuramente quello più auspicabile e costruttivo. Bisogna ritornare ad affidarsi a Pietro, perché solo nell’unità con il Vicario di Cristo si può riformare la Chiesa.

    Possa lo Spirito Santo soffiare e sospingere la barca di Pietro verso il solo porto sicuro che é Cristo.

    In Domino Iesu
    Daniele Nigro

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