Conviene parlare ancora di predestinazione?

Ricordo l’impressione che mi fece un mio confratello domenicano, che pure godeva di buona fama, quando, appena novizio, nel 1971, al sentire la parola “predestinazione”, si ritrasse inorridito neanche gli avessi proposto di compiere un peccato mortale. Certo si era allora ai tempi della “contestazione”, quando era di prammatica buttar via tutto ciò che precedeva il Concilio e siccome questi non parlava di predestinazione, ecco il sacrosanto dovere di pronunciare nei confronti di quel concetto una volta venerando un terrorizzato vade retro senza possibilità di appello.

Padre Tyn non aveva queste sciocche chiusure, per cui, per tutta risposta – si potrebbe dire – all’orrore tremebondo del suddetto confratello, ci ha lasciato sostanziosi e ricchi insegnamenti su questo tema importantissimo per la nostra vita cristiana e per la nostra salvezza.

Certo si tratta di un tema arduo, che – lo riconosco – può spaventare, ma il domenicano non teme gli argomenti più ardui della teologia e della morale, così come un alpinista provetto non teme le salite di sesto grado o il chirurgo del cervello non teme di mettere le mani su quel vitale organo della nostra persona.

La predestinazione è la volontà divina incondizionata ed efficace di salvare gli eletti, accettando il volontario e colpevole rifiuto di salvarsi da parte dei reprobi. E’ vero che S.Paolo parla di una “predestinazione” per tutti i discepoli del Signore; ma la Chiesa ha sempre creduto anche in un concetto più ristretto di predestinazione che si riferisce solo a coloro che si salvano, con esclusione dei dannati.

Il problema è che oggi molti non credono all’esistenza dei dannati. Da qui la caduta in oblio, come di un’idea superata per non dire falsa, del concetto di predestinazione. Fraintendendo il famoso passo di I Tm 2,4, dove si parla della volontà di Dio di salvare tutti, non si tiene conto che di fatto alcuni – coloro che si dannano – per loro colpa rifiutano questa volontà, non tanto perché non vogliano salvarsi, giacchè il bisogno di salvarsi è inestirpabile dal cuore umano, ma perché concepiscono la salvezza non secondo la volontà di Dio ma secondo la propria volontà.

L’esistenza della predestinazione e quindi di dannati obbliga, a quanto pare, a riprendere in considerazione le distinzioni fatte a suo tempo tra i grandi teologi domenicani della riforma postridentina tra la grazia operante e la grazia cooperante,  la grazia sufficiente e la grazia efficace, la volontà divina antecedente e quella conseguente, l’opera della grazia e quella del libero arbitrio, nonché le varie fasi del processo della giustificazione.

Che grado di certezza abbiamo dell’esistenza di dannati? Certo non esiste in merito un dogma definito. Esistono tuttavia pronunciamenti di Concili, esiste la tradizione dei Padri, dei Dottori, dei santi e dei teologi. Esistono soprattutto le parole inequivocabili di Nostro Signore.

Forse converrà presentare la pena infernale tenendo maggiormente conto della provvidenza divina, la quale, pur esercitando una severa giustizia, anche all’inferno non dimentica la misericordia, prendendosi cura anche là delle sue creature per le quali Cristo ha dato il suo sangue, benchè esse siano state ingrate e disobbedienti.

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