Dibattito sul Concilio Vaticano II

Rispondo alle obiezioni di un lettore, certamente degne di considerazione. Presento questo dibattito sotto forma di scambio epistolare rivolgendomi all’obiettore.

Gentile obiettore, seguirò questo metodo per facilitarle il lavoro: riprenderò punto per punto quello che Lei dice, facendo seguire la relativa risposta. Questo dibattito mi è utile proprio perché sto preparando un libro sull’argomento. Si tratta certo di una ricerca in comune dove è utile lo scambio di opinioni. Dunque cominciamo.

  • 1. Lei auspica che la S. Sede pubblichi l’insieme delle dottrine conciliari sotto forma di “canoni”, e questa sarebbe una buona cosa, ma credo che sorgano due grossi problemi: un problema di tempo, perché una definizione del genere richiederebbe un lungo lavoro di studio e di approfondimento dei testi, per liberarli dagli equivoci e dalle incoerenze con la Tradizione; e un problema di discernimento, poiché tutta la parte “pastorale” dovrebbe essere o ignorata o riscritta, sono passati 40 anni di così intensa evoluzione da sembrare 4 secoli. Il tutto dovrebbe poi fare i conti con l’età del Santo Padre, finora l’unico in grado di poter assicurare una certa intenzione e una certa determinazione. Se si giungesse alla più o meno rapida definizione di un tale lavoro, non è azzardato prevedere la complicazione dei problemi piuttosto che la loro soluzione.

Risposta. Formalizzare o trasformare in canoni le novità dottrinali del Concilio non dovrebbe essere un lavoro né troppo difficile né troppo lungo. Si tratterebbe di usare un linguaggio più chiaro (più tradizionale) e di riassumere, perché ci sono numerose ripetizioni. Anche il problema di distinguere gli insegnamenti pastorali (contingenti, fallibili) da quelli dottrinali dogmatico-morali (infallibili, immutabili) non è troppo difficile: qualunque buon teologo li sa fare. La parte pastorale contiene alcuni buoni insegnamenti, che hanno dato buoni frutti; altri sono più discutibili e andrebbero corretti. Ma il lavoro più urgente e importante è assicurare la chiarezza degli insegnamenti di fede o prossimi alla fede e mostrare la loro continuità con la Tradizione. Per quanto riguarda l’età del Papa, ciò non fa alcun problema, perché non è un lavoro che debba per forza farlo Papa Ratzinger, ma va fatto dal Papa come tale, quindi potrà esser portato avanti dal successivo.

  • 2. Per ciò che attiene alla distinzione tra dottrine dogmatiche e orientamenti pastorali, mi lasci dire che ci troviamo al cospetto di un altro grosso problema. Delle 4 Costituzioni, solo la Dei Verbum e la Lumen gentium sono dette dogmatiche, mentre la Gaudium et spes è detta pastorale. Tutte e quattro, poi, sono proprio quelle che in questi 40 anni hanno sollevato i maggiori problemi. Lei lo sa molto meglio di me: non sono pochi i teologi che trovano molto difficoltoso attribuire il carattere dogmatico, in tutto o in parte, a queste Costituzioni. Non è un problema di mancanza di “definizioni”, è un problema di contenuti. Tra l’altro, in documenti così pletorici è veramente difficile distinguere tra pronunciamento dottrinale vincolante e semplice orientamento pastorale. Anche questo fa parte della confusione. 

Risposta. La distinzione di fondo da fare nei documenti del Concilio è tra contenuti dottrinali e contenuti pastorali. I primi possono essere o di carattere teorico (“dogmatico”) o di carattere morale. Col termine “dogmatico”, poi, si può intendere o dogmatico definito (verità di fede) o dogmatico non definito (verità prossime alla fede)[1]. Il Concilio contiene dottrine dogmatiche del secondo tipo, non del primo[2]. Distinguere il dottrinale dal pastorale in linea di principio non è difficile ed è il compito normale del teologo: dottrinale (dogmatico o morale) è quanto è rivelato da Dio o su se stesso (dogmatico) o sulle leggi della condotta umana (morale). Pastorale è quanto è stabilito dalla Chiesa nel variare dei tempi e dei luoghi per insegnare la dottrina (pastorale dogmatica) o per guidare la condotta umana (pastorale pratica). E’ evidente che il Concilio contiene molti insegnamenti dottrinali, sia tradizionali che nuovi. La questione delicata è quella di chiarire gli insegnamenti nuovi, perché alcuni – per esempio nella Lumen Gentium, nella Nostra Aetate, nell’Unitatis redintegratio e nella Dignitatis humanae, sembrano in contrasto con la Tradizione. E’ vero che i documenti sono troppo estesi e il linguaggio non è sempre chiaro. Tuttavia, leggendoli con attenzione e forniti di buoni metodi di discernimento, si riesce a distinguere ciò che vincola la fede da ciò che invece riguarda la semplice pastorale. La confusione è stata creata ad arte dai modernisti, per cui si tratta soprattutto di dimostrare che la loro interpretazione è falsa. Ad ogni modo sarebbe bene che il Papa chiarisse definitivamente i punti del Concilio che sono da tenere per fede o per atto prossimo alla fede. Penso che questo emergerà grazie alle trattative con i lefevriani.

  • 3. Per ciò che attiene alla rottura con la Tradizione, mi darà atto che non si tratta di una mera ipotesi, né di un’opinione personale, mia o di altri, bensì del problema. E se il problema si è posto è perché esso scaturisce dai documenti del Concilio e non dall’esterno. Peraltro, anche se tale rottura fosse parziale e magari frammentaria, non v’è dubbio che si tratterebbe di un caso unico nella storia del Magistero della Chiesa, ed è proprio di questo che stiamo parlando da 40 anni. 

Risposta. Per la verità, un problema di interpretazione è sempre esistito dopo ogni Concilio, tanto che spesso il concilio successivo ha dovuto chiarire ciò che non era chiaro nel Concilio precedente. Per esempio, il Concilio di Calcedonia, distinguendo le due nature di Cristo, ha dissipato un possibile malinteso che poteva sorgere dal precedente Concilio di Nicea, che definì la divinità di Cristo. Alcuni infatti presero occasione da ciò per sminuire l’umanità di Cristo e nacque il cosiddetto docetismo, il quale considerava l’umanità di Cristo come una mera apparenza. In secondo luogo occorre distinguere una Tradizione dogmatica da una tradizione pastorale. La prima, essendo rivelazione divina, è immutabile e su ciò la Chiesa è infallibile, non cambia e non può cambiare. La seconda è mutevole e a volte la Chiesa cambia, e comunque qui non è infallibile. L’impressione che il Concilio abbia mutato nel dogma è stata diffusa e favorita dai modernisti, i quali non credono nell’immutabilità dei dogmi, per cui per loro è normale che un Concilio contraddica a quello che ha detto un Concilio precedente. E’ segno per loro di “progresso storico”. Ma anche il solo sospettare che un Concilio possa mutare i dogmi è segno di mentalità ereticale[3]. E’ vero tuttavia che qua e là il Concilio può dar l’impressione di tale mutamento: è su questi punti che si appigliano i modernisti. Occorre pertanto dimostrare che essi sono degli impostori. I mutamenti dottrinali non avvengono perché si cambiano i dogmi, ma perché si conoscono meglio gli stessi dogmi. Si tratta quindi di mutamenti non di contenuto, ma nel modo di conoscerli.

  • 4. Stringerci intorno al Papa è un fatto intrinseco all’esser cattolici, ma è evidente che il Papa della Santa Chiesa non ha un nome e un cognome, il Papa è il Papa. Sia quando firma un documento dottrinale, sia quando fa delle dichiarazioni, orali o scritte, di carattere pubblico. Ed è il Papa soprattutto agli occhi del semplice fedele che ascolta o legge. Il fedele non può non stringersi sempre intorno al Papa, non a questo o quello, ma al Papa, tout court; anche perché: da chi potrebbe andare se non da lui per aver conferma della sua Fede? Le affermazioni di Giovanni XXIII e di Paolo VI, non sono delle espressioni del loro particolare stato d’animo di un momento, ma documenti che fanno parte dello stesso Concilio, sia pure in maniera collaterale. Il problema è della forma mentis, della mentalità che sta alla base del Concilio e del post-concilio, forma mentis che non era di Angelo Roncalli o di Giovanni Battista Montini, ma di due papi e della gran parte dei vescovi che parteciparono al Concilio. Un esempio di questa forma mentis la si trova nel Messaggio per la “giornata della pace” che Giovanni Paolo II diffuse nel 1999, in cui è detto: «[La libertà religiosa] è talmente inviolabile da esigere che alla persona sia riconosciuta la libertà persino di cambiare religione, se la sua coscienza lo domanda». Di fronte a dichiarazioni ufficiali come questa, e quelle, non si può far finta di niente o liquidare il problema soggiacente pensando che si tratti di giudizi meno felici. Se Lei pensa al semplice fedele, come si fa a spiegargli che questa o quella pubblica affermazione è trascurabile perché infelice, e come si fa a impedire che egli finisca col giudicare felici o infelici le pubbliche dichiarazioni e i pronunciamenti a seconda del proprio personale convincimento o, peggio, a seconda della propria convenienza? In questo caso non vale più il richiamo all’ubbidienza, ciò che resta è l’individualismo e l’indifferentismo. Intorno a cui stringersi, allora?

Risposta. Il Papa può parlare come Papa, ossia come Maestro della fede, e qui non sbaglia, ma può parlare anche come dottore privato, esprimente sue opinioni personali, e qui può sbagliare. Quando parla come Papa lo fa capire da diversi segni e qui certo noi cattolici dobbiamo seguirlo perché è in gioco la fede. Per esempio, quando parla come Papa, tratta materia di fede e fa capire che intende insegnarci la fede. Il principio enunciato da Giovanni Paolo II a proposito della libertà religiosa si riferisce alla buona fede o alla cosiddetta “ignoranza invincibile”, tradizionalmente ben nota ai moralisti. Il Papa non dà alcun permesso a un cattolico di cambiar religione (ci mancherebbe!), ma semplicemente intende dire che uno che in buona fede o per ignoranza non colpevole (educazione sbagliata, ingenuità, vittima di un inganno, ecc.) crede, per esempio, che il protestantesimo sia meglio del cattolicesimo, davanti a Dio è innocente e quindi lo si deve lasciar libero di fare la sua scelta, anche se ciò può recare scandalo o dolore presso i cattolici. Ora il principio della libertà religiosa, benchè implicitamente contenuto nella Tradizione e nello stesso Vangelo, è stato esplicitato dal Vaticano II e si tratta di verità prossima alla fede; per questo il Papa parla di principio “inviolabile”. Qui i lefevriani sbagliano nel credere che il Concilio contraddica al Magistero precedente; non contraddice ma spiega ed esplicita. Inoltre, il principio della libertà religiosa sottolinea il fatto che la scelta della propria religione deve essere una scelta personale di coscienza, nella quale il soggetto deve essere lasciato libero anche da un ambiente religioso contrario.

  • 5. Altro punto controverso è quello della erranza personale allorché, secondo Lei, si ha l’impressione che la Chiesa del Concilio abbia rotto con la Tradizione. Qui mi permetta un’osservazione preliminare. Se Lei parla dell’essenza della Chiesa, che è immutabile, perché poi specifica parlando di Chiesa del Concilio? A me pare che questa specificazione separi di per sé la Chiesa di Cristo dalla Chiesa del Concilio. Se la Chiesa è una, non può esserci una Chiesa del Concilio, poiché inevitabilmente ci sarà anche la Chiesa del pre-concilio o del post-concilio. Cosa che è in fondo è vera, e che costituisce l’oggetto del problema di cui trattiamo, ma che non può accettarsi come legittima. Ne consegue che il problema non sta nella Chiesa del Concilio, ma nel Concilio.

Risposta. L’essenza della Chiesa è immutabile; muta invece la conoscenza che ne abbiamo, nel senso che migliora e si approfondisce. Inoltre la Chiesa muta anche in se stessa nella storia, ma solo in elementi accidentali; la sostanza resta sempre la stessa. E’ esattamente quello che fa l’ecclesiologia conciliare; non ci presenta un’altra Chiesa in rotta con la Tradizione; ci presenta la medesima Chiesa, la Chiesa di sempre, ma conosciuta meglio e più dettagliatamente. Ed inoltre dà nuove direttive pastorali (alcune delle quali possono essere discutibili) per presentare meglio, più efficacemente e con argomenti più persuasivi, la Chiesa al mondo contemporaneo. Sospettare che il Concilio abbia mutato l’essenza della Chiesa è eresia, perché vorrebbe dire pensare che essa sia stata vinta da Satana e non credere alla promessa fatta da Cristo alla sua Chiesa di condurla alla pienezza della verità.  Indubbiamente anche qui i canoni sulla Chiesa dovranno chiarire che le novità conciliari sulla Chiesa non contraddicono ma confermano e sviluppano la Tradizione. Quindi, quando parlo di “Chiesa del Concilio”, certo la distinguo dalla Chiesa del preconcilio, ma non come due Chiese l’una contro l’altra, ma come la medesima Chiesa che, restando sostanzialmente se stessa, è cresciuta ed ha evoluto. Paragonare la Chiesa a un organismo vivente (come fa Newman) non è sbagliato, perché lo fa la Scrittura stessa, per esempio col paragone della sposa o del piccolo seme.

  • 6. Il ragionamento che fa Lei circa la necessità di interpretare rettamente sia la Tradizione sia il Concilio, è lo stesso che fece a suo tempo, nel 1988, Giovanni Paolo II, nel Motu Proprio Ecclesia Dei, parlando di «incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione». Lei mi insegna che questo discorso del “carattere vivo della Tradizione”, questa nozione di “Tradizione vivente”, è quanto di più controverso ci sia in campo teologico. È evidente che, anche qui, Giovanni Paolo II ha parlato di «Tradizione che si evolve», mutuando il concetto di evoluzione e di cambiamento dalla concezione più elementare di vita terrena e dalle concezioni filosofiche moderne. In questo senso la Tradizione sarebbe viva e vivente. Ma questo è chiaramente insostenibile, poiché la Tradizione, in quanto tale, né può evolversi né può vivere e mutare come un essere vivente. Se ciò accadesse, essa sarebbe contingente e non avrebbe alcun valore fondativo. Il che è impossibile. Semmai la Tradizione è immutabile e sempre viva, eterna come il suo Autore, talmente viva da contenere in sé tutti i possibili adattamenti esterni richiesti da quel fluire dell’esistenza e del tempo che, essi sì, mutano e muoiono. E questo non per esigenza della Tradizione, che è data una volta per tutte fino alla Parusia, ma per l’esigenza naturale della capacità di comprensione dell’uomo, sempre bisognosa di chiarimenti e messe a punto proprio in forza del mutare del mondo in cui è immerso e vive.

Risposta. Io non Le insegno che “questo discorso del carattere vivo della Tradizione è quanto di più controverso ci sia in campo teologico”. Al contrario, il concetto mi pare semplice e chiaro, oltre che estremamente importante. Tradizione viva vuol dire semplicemente quello che oggi il Magistero della Chiesa, testimone infallibile della Tradizione, ci insegna sulla Tradizione stessa. Tradizione viva vuol dire esposizione della tradizione fatta da uomini viventi, come il nonno che spiega al nipotino le tradizioni di famiglia. Dov’è la difficoltà? I lefevriani si son presi l’incarico di difendere la Tradizione contro gli insegnamenti del Concilio e del Magistero postconciliare. Ma chi li ha autorizzati? Non dobbiamo aver paura della parola vivente dei nostri pastori, successori degli apostoli, altrimenti facciamo come i protestanti che si attaccano feticisticamente allo scritto, perché rifiutano la mediazione del Magistero, ma Cristo ha affidato agli Apostoli il Vangelo da Lui oralmente annunciato  e non ha detto agli apostoli “scrivete”, ma: “predicate”. Che poi faccia comodo mettere per iscritto la parola, d’accordo. Ma il primato è quello della parola. Il che è come dire il primato della Tradizione (viva). In tal senso Paolo dice: “la lettera uccide, lo Spirito vivifica”. Quello Spirito Santo che è simultaneamente nella Scrittura, nella Tradizione, nel Magistero e nella coscienza del singolo cristiano.

  • 7. In quanto alla interpretazione della Tradizione, mi sembra che in duemila anni il Magistero abbia dato tante di quelle indicazioni e delucidazioni che è difficile sbagliarsi così clamorosamente. È anche possibile che il Concilio abbia aggiunto delle delucidazioni, che sarebbero le benvenute, ma a condizione che non contraddicano quelle che le hanno precedute e, soprattutto, non producano problemi così vasti e così articolati come quello di cui trattiamo.

Risposta. Infatti, dopo duemila anni il patrimonio della Tradizione è tutto sommato chiaro, anche se bisogna separarlo da tradizioni caduche semplicemente umane. I canoni dovranno appunto mostrare che il Concilio ha chiarito, non ha contraddetto la Tradizione. I problemi vasti ed articolati non nascono dal Concilio in se stesso, ma da una colossale ed astutissima opera di mistificazione modernista segretamente orchestrata anche prima del Concilio dai protestanti olandesi-tedeschi in combutta con la massoneria e l’ebraismo anticristiano ed inspiegabilmente da troppo tempo tollerata da gran parte dell’episcopato. Penso che anche Paolo VI avrebbe dovuto essere più tempestivo ed energico. E’ vero che ha avuto a che fare con avversari astuti e terribili, ma l’esser stato troppo delicato e riguardoso ha finito col permettere ai nemici di imbaldanzirsi ancora di più e di diventare sempre più audaci ed arroganti, facendosi numerosissimi seguaci. Per vincere questa manovra satanica, occorre appunto la vera attuazione del Concilio, correggendo qualche direttiva pastorale e formulando chiaramente ed inequivocabilmente le novità dottrinali, sotto pena di sanzioni canoniche, come si è sempre fatto e si deve continuare a fare.

  • 8. Quando Lei dice che la dottrina sulla Chiesa può mutare, nel senso che la Chiesa cammina verso la pienezza della Verità, ho l’impressione che Lei si muova su un terreno accidentato, poiché è difficile credere che gli Apostoli non fossero in possesso della pienezza della Verità, soprattutto dopo la Pentecoste. L’assistenza dello Spirito Santo, assicurato alla Chiesa fino alla Parusia, non riguarda la “scoperta” di cose nuove, ma l’elaborazione di nuovi modi per affermare le stesse cose. E credo che Lei intendesse dire proprio questo. Ma è implicito che questi modi nuovi non possono essere in problematica con le cose che vogliono presentare. Ove accadesse, ci si troverebbe al cospetto non di “modi” nuovi, ma di “cose” nuove, che, per ciò stesso, non appartengono più alla Tradizione, né alla pienezza della Verità. È il problema che è scaturito dal Concilio, tenuto conto che esso affonda le sue radici in una mentalità che preesisteva al Concilio stesso. 

Risposta. Gli apostoli hanno ricevuto la pienezza della verità, nel senso che hanno ricevuto tutte le verità rivelate, ma nel corso della storia, al seguito della Tradizione apostolica, la Chiesa conosce solo gradualmente, come è normale per la conoscenza umana, questo tesoro lasciatole dallo Sposo. In questo senso – soggettivo – la Chiesa cammina verso la pienezza della verità. In questo senso, come Lei dice bene, si tratta di “nuovi modi per affermare le stesse cose”. Invece dal punto di vista oggettivo, delle verità in se stesse, neppure gli Apostoli (dati i loro limiti umani) erano coscienti di tutto quanto era contenuto nel tesoro, benchè oggettivamente il tesoro contenesse tutto quanto lo Sposo ha voluto consegnare alla Sposa. Il grande inganno operato dai modernisti è stato appunto quello di voler far passare cose nuove e contrarie alla Tradizione sotto pretesto di presentare in modo nuovo il deposito della rivelazione.

  • 9. È pur vero che i documenti ufficiali del Magistero sono gli unici che fanno testo sul reale insegnamento della Chiesa, ma, dato lo stato del mondo in cui viviamo, questo insegnamento passa ai fedeli non attraverso la lettura, più o meno attenta, di 788 pagine del Catechismo, per esempio, ma attraverso la semplice pratica della Fede. Essa è composta da ciò che il fedele ascolta, vede e imita e ripete a sé e agli altri. Tutto questo produce frutti. A guardarsi intorno, in ambito cattolico, è davvero difficile affermare che ciò che si ascolta e si vede sia davvero cattolico, e che i frutti prodotti siano buoni. Oltre ai documenti, quindi, è necessario tenere d’occhio la pratica della Fede, e, a partire dal Concilio, questa pratica è lacunosa e controversa, contraddittoria e continuamente mutevole, nello spazio e nel tempo, e produce frutti troppo scarsi e spesso avvelenati. Potrei fare innumerevoli esempi, tutti riconducibili a vescovi, preti e religiosi, ma, Lei converrà con me, basta l’esempio della pratica liturgica. Non v’è coerenza e armonia neanche all’interno di una stessa diocesi, più che un cosmos, l’ecumene cattolico odierno è un caos. Caos che rimbalza, un gradino dopo l’altro, fino a Roma. Non mi nascondo che, in fondo, ci dovrà pur essere un qualche motivo soprannaturale per tutto questo, ma questo appartiene alla scienza di Dio, non alla mia comprensione. Ciò che posso verificare è la corrispondenza di tutto questo con le parole del Signore Gesù, «verranno tempi…», ed allora mi rendo conto che il Magistero di questi ultimi 50 anni è come se avesse dimenticato i richiami del Signore, in certi casi addirittura come se essi avessero una valenza temporale e contingente ormai superata.

Risposta.  Il quadro che Lei traccia della Chiesa di oggi mi pare troppo negativo. Non condivido, certo, il giudizio del card.Martini, secondo il quale mai come oggi la Chiesa è andata così bene (per forza! Appartiene alla corrente modernista che oggi spadroneggia!). Tuttavia credo che bisogna anche riconoscere quelli che sono stati i buoni frutti del Concilio: una liturgia più partecipata, una maggior percezione della presenza del mistero trinitario nella vita cristiana, una cristologia più orientata verso la risurrezione, un culto mariano più teologicamente fondato, una teologia più radicata nella Scrittura, sacerdoti e religiosi più vicini alla gente e soprattutto i poveri, un laicato più maturo, un’autorità più paterna, un papato più zelante per il bene dell’umanità, il fiorire di nuovi istituti religiosi e movimenti cattolici, la ricchezza della cultura cattolica, un rapporto meno polemico con i fratelli separati e con i fedeli delle altre religioni, un apprezzamento maggiore del mondo moderno, il pregio dell’ “inculturazione”, costumi cristiani meno farisaici e più evangelicamente autentici, un senso più vivo della dignità della donna, una maggiore percezione della politica come servizio, un maggior senso della giustizia sociale. Anche la condotta corrente di preti, laici, religiosi e vescovi va misurata e giudicata alla luce dell’attuale Magistero e in particolare del Catechismo, non importa se così voluminoso, ma va considerato come opera di consultazione in occasione di un dubbio su qualche tema particolare: non è necessario leggerlo tutto, così come se posseggo un’enciclopedia in 20 volumi non è necessario che li legga tutti se voglio sapere dov’è la Patagonia o che cos’è la fusione atomica. Non dimentichiamo inoltre l’esistenza di moltissimi fedeli onesti, laboriosi, convinti, di buon senso, amanti della Chiesa e del Papa. E in particolare non dimentichiamoci dei santi, viventi e defunti.

Lei mi dice: Scusi la battuta: ma posso essere preoccupato?

E io rispondo: Sì’, ma senza esagerare.     P.Giovanni Cavalcoli,OP


[1] Questa distinzione è stata stabilita in un recente documento della Chiesa del 1998. Ne illustro il contenuto nel mio libro “La questione dell’eresia oggi”, Ed. Vivere In 2008.

[2] Questa tesi la può trovare nel discorso che Paolo VI fece nel 1966 subito dopo la chiusura del Concilio, allorchè disse che il Concilio non contiene definizioni dogmatiche, e tuttavia le sue dottrine vanno accolte con sommo rispetto. E’ qui sottointesa quella adesione “prossima alla fede”, alla quale si riferisce il documento del 1998.

www.vatican.va

[3] Questo punto è sviluppato dal teologo domenicano Servo di dio Padre Tomas Tyn (1950-1990) in un suo discorso del 1985, che Lei può trovare a questo indirizzo:

www.arpato.org

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Una Risposta to “Dibattito sul Concilio Vaticano II”

  1. arpatoblog Says:

    Caro obiettore,

    faccio mie le sue parole: “sembra che questo scambio di vedute debba continuare, forse perché è proprio dell’argomento trattato l’essere complesso e difficoltoso. Mi permetto di osservare che in casi come questo l’importante è cogliere gli elementi essenziali, la messa a punto degli altri ne deriverà con maggiore facilità”. E pertanto ben volentieri rispondo alle sue obiezioni.

    1 – Io vedo dei grossi problemi nella ipotetica riformulazione delle dichiarazioni del Concilio, Lei invece ritiene che la cosa non sia né difficile né lunga, e si appella alla competenza dei teologi. Insomma, Lei dà per scontato che, posto il problema, la sua soluzione sia lì, quasi pronta, basta mettersi all’opera. Non v’è dubbio che questo ottimismo Le fa onore, ma io mi chiedo come si possa realizzare, senza difficoltà e in poco tempo, ciò che non è riuscito a fare il Card. Ratzinger in 24 anni di prefettura alla Congregazione per la Dottrina della Fede. La volontà non mancava, i teologi nemmeno, perché allora? Lo stesso Card. Ratzinger siede da 5 anni sul Soglio Pontificio e l’unica vaga iniziativa in questo senso è costituita dai quei famosi colloqui con la FSSPX che sono quanto di più controverso possa esserci dal punto di vista in cui ci poniamo. Al massimo si può concedere che questi colloqui, al di là del loro aspetto controverso, possano servire strumentalmente per avviarsi lungo la strada di cui parliamo, il che significa che le cose non sono affatto facili da affrontare, né passibili di essere risolte in poco tempo.

    Risposta – Sono quarant’anni che seguo le questioni concernenti l’interpretazione del Concilio, ma solo recentissimamente mi sono reso conto, discutendo con i tradizionalisti, come uno dei difetti pastorali del Concilio è stata la mancanza dei canoni, sempre presenti in tutti i precedenti concili della storia. Devo dire candidamente che questa idea è venuta a me, senza che prima l’avessi mai trovata in nessun altro. Può essere che anche altri l’abbiano avuta e io non lo sappia. Le dico questo non per un sciocco esibizionismo, ma per rispondere alla sua domanda: come mai in tanti anni dalla fine del Concilio non si è ancora fatto questo lavoro di chiarificazione? Per la stessa enorme complessità del problema, data la grande quantità degli insegnamenti conciliari. Qualcosa si è già fatto in molti documenti autorevoli della Chiesa, come il nuovo Catechismo, alcuni documenti pontifici, il nuovo Codice di diritto canonico o gli interventi della CDF. Quando parlavo di lavoro relativamente facile, non volevo dire che si possa fare in breve tempo. Tuttavia Lei non può negare che in questi 40 anni dei passi sono stati fatti, la Chiesa ha svolto un certo lavoro di chiarificazione sia con l’interpretazione delle dottrine conciliari, sia con la condanna degli errori contrari.

    2 – Nella sua seconda risposta, Lei ribadisce questo suo convincimento, quindi di essa non dirò, mi limito a considerare che il suo assunto, da Lei sempre ribadito, per cui la colpa sarebbe dei modernisti, appare molto debole. È come se Lei sorvolasse su un aspetto che è invece importantissimo: chi erano e chi sono questi modernisti? È stato questo uno degli elementi costitutivi delle mie considerazioni sulla conferenza di Mons. Pozzo, da cui siamo partiti.
    Se questi modernisti che hanno interpretato capziosamente il Concilio fossero dei personaggi un po’ dispersi nell’ecumene cattolico, credo che né io né Lei staremmo qui ad occuparcene. Ce ne occupiamo, e se ne è occupato il Card Ratzinger ed altri in questi ultimi 30 anni, e se ne è occupato Benedetto XVI in questi ultimi 5 anni, semplicemente perché la confusione creata ad arte, come dice Lei, non è opera di qualcuno o di alcuni, ma è opera dei teologi che insegnano nelle facoltà teologiche e istruiscono i nuovi preti, è opera dei vescovi che insegnano nelle diocesi e istruiscono i fedeli, è opera dei responsabili della Curia romana che avallano e ufficializzano gli insegnamenti di tutti costoro. Certo, vi sono teologi e vescovi che dimostrano di essere più preoccupati e più attenti, oserei dire più cattolici, ma, in questo caso sì, si tratta di alcuni.

    Risposta – Chi sono i modernisti? Teologi di facoltà pontificie? Funzionari della Curia romana? Vescovi? Sì, ce ne sono anche lì, benchè si tratti qui non delle forme più gravi di modernismo, mentre le più gravi si trovano tra i comuni fedeli, parroci, religiosi e religiose, giornalisti, intellettuali, scrittori, insegnanti di religione, giovani e seminaristi. Non importa che il modernismo abbia attecchito nei ceti dirigenziali della Chiesa. Fossero vescovi o cardinali, non fanno testo, perché vanno contro quello stesso Magistero della Chiesa del quale sono indegni esponenti. Il fatto dunque che tra i modernisti si trovino personaggi del genere, non deve preoccuparci più di tanto: il Magistero in se stesso rimane intatto e incontaminato ed è proprio alla sua luce che noi possiamo giudicare i devianti, a qualunque grado della gerarchia appartengano e quale che sia il loro ufficio, la loro fama, il loro potere o il loro influsso. L’autorevolezza dottrinale nella Chiesa non dipende dalla carica rivestita o dal grado gerarchico o dalla dignità ecclesiastici, ma dalla sapienza, dalla competenza e dalla fedeltà al Magistero e al Papa, sia del pre che del postconcilio.

    3 – Mi permetta di fare un esempio. L’assunzione da parte dei fedeli dell’Ostia consacrata. L’anno scorso il Card. Caffarra ha disposto che in tre chiese maggiori della diocesi l’Ostia venga posta sulla lingua. Potrei subito dire che si è trattato di un provvedimento fin troppo tiepido, ma non è questo il punto. Il punto dolente è che il Card. Caffarra “non ha potuto” disporre che nella diocesi di Bologna l’Ostia fosse assunta dai fedeli in ginocchio e sulla lingua: non ha potuto, molto semplicemente. Poiché nella Chiesa lo stato delle cose è tale che per giungere ad un corretto aggiustamento ci vorranno decenni, nel corso dei quali occorrerà impostare una nuova catechesi e una nuova pastorale, proprio per non disorientare e creare confusione tra i fedeli.
    Lo stesso dicasi per il modo in cui il Papa distribuisce la Santa Comunione, nella bocca dei fedeli in ginocchio. Tralasciamo il fatto non secondario che nel frattempo la stessa Ostia consacrata, nel corso della stessa Messa, viene distribuita in tanti altri modi diversi. Ma, anche qui, se l’Ostia va assunta in bocca e in ginocchio, e certo neanche il Vaticano II ha detto il contrario, perché il Papa e i vescovi non dispongono di conseguenza? Semplicemente perché “non possono”, perché non possono annullare quarant’anni di pastorale delle Conferenze Episcopali, che hanno interpretato il Concilio e che hanno applicato queste interpretazioni.
    E potrei ricordare la famosa questione del “pro multis”, altrettanto perniciosa, e tante altre questioni simili. La verità è che bisogna cambiare la “chiesa” cambiata dal Concilio e dal postconcilio, se si vuole ritornare alla Chiesa.

    Risposta – Gli esempi che Lei porta di modernismo non sono tra i più importanti. Ci sono questioni ben più gravi che toccano l’essenza stessa della fede, della verità, della ragione, della libertà, della divina rivelazione, il concetto di Dio, dell’uomo, della legge morale naturale, del fine ultimo dell’uomo, della grazia, della Chiesa, del sacerdozio, dell’eucaristia, della S.Messa, del mistero di Cristo e della Chiesa, degli angeli e della SS.Trinità. Su questi punti fondamentali del cristianesimo purtroppo imperversa il modernismo.

    4 – Mi permetta ora di esprimerLe la mia perplessità circa la frase: “Penso che questo emergerà grazie alle trattative con i lefevriani.”
    Premetto subito che so di essere un po’ provocatore, ma aggiungo anche che le mie provocazioni sono strumentali e retoriche. Me ne servo per esplicitare meglio il mio pensiero.
    Ma chi sono questi lefebvriani? Siamo davvero in uno stato miserando se dobbiamo ricorrere ai lefebvriani per chiarire i punti del Concilio. Siamo davvero in uno stato confusionale totale se dobbiamo guardare alle conclusioni delle trattative con i lefebvriani per veder emergere tali chiarimenti. Perché delle due l’una: o i lefebvriani hanno torto, in tutto o in parte, ed allora la Santa Sede non dovrebbe prenderli neanche in considerazione, almeno dal punto di vista dottrinale; o i lefebvriani hanno ragione, in tutto o in parte, ed allora la questione è grave ed è tutta interna alla compagine cattolica ufficiale.

    Risposta – La Chiesa non ricorre ai lefevriani per chiarire la dottrina del Concilio, ma al contrario ha invitato i lefevriani ad ascoltarla quando essa chiarisce la dottrina del Concilio.
    Ha chiesto ad essi di accogliere questa dottrina non nell’interpretazione modernista, ma nell’interpretazione che proviene dalla Chiesa stessa. Il dialogo con i lefevriani, che sembrano benintenzionati, come risulta dalla relazione di Mons.Pozzo, sarà di vantaggio alla Chiesa sia perché essa spera che tornino nella piena comunione con lei e sia perché la chiarificazione che sarà data della dottrina del Concilio svergognerà i modernisti, la cui falsa interpretazione del Concilio sarà smascherata. I lefevriani, come sempre avviene nelle cose umane, hanno in parte torto e in parte ragione. Dovranno riconoscere il loro torto, mentre la Chiesa riconoscerà i loro meriti. La parte di ragione che hanno i lefevriani è in parte il possesso delle medesime verità di fede possedute dalla Chiesa e in parte l’esigenza che la Chiesa sia più severa con i modernisti.

    5 – Della sua terza risposta tralascio il suo accenno ai due Concilii di Nicea e di Calcedonia. Lei sa bene che stiamo parlando di un altro problema e di ben altri tempi e di ben altre tempra, oggi ogni richiamo di tipo teorico in questo senso non ha alcuna rilevanza riguardo al problema trattato. D’altronde, se oggi fosse possibile praticare questa logica, dovremmo chiedere un nuovo Concilio ed io sono sicuro che sarebbe davvero la disgregazione totale della Chiesa. Si moltiplicherebbe a dismisura il danno provocato dal Vaticano II. Non è un caso che sono proprio i più accesi nemici della Chiesa, in abito talare, che hanno chiesto e chiedono il Vaticano III.

    Risposta – E’ evidente che i tempi del Concilio di Nicea e di quello di Calcedonia non sono più i nostri, ma la questione del rapporto tra un Concilio e quello successivo, nella storia della Chiesa, è quasi sempre il seguente: il Concilio successivo viene indetto per chiarire punti rimasti oscuri o dubbi nel Concilio precedente. Oppure si tratta di correggere provvedimenti che hanno fatto del danno o non sono stati utili o efficaci. L’esempio che Le ho riportato è uno dei tenti, che percorrono tutta la storia dei Concili fino al Vaticano II. Non c’è quindi nulla da temere dalla convocazione di un nuovo Concilio, fatta con questi intenti e questo spirito. Vana e stolta invece è la speranza dei modernisti di indire un nuovo Concilio per estremizzare ed esasperare i punti deboli (di carattere pastorale, non dottrinale) del Vaticano II. Per un cattolico non ha senso pensare che un nuovo Concilio “sarebbe la disgregazione totale della Chiesa”: i Concili si attuano sempre con l’assistenza dello Spirito Santo. Diversamente abbiamo i cosiddetti “conciliaboli”, che sono invece ispirati dal diavolo, e che comunque non metteranno mai in pericolo l’integrità della Chiesa, come ha promesso Cristo: “Portae inferi non praevalebunt”.

    6 – Quanto ai mutamenti dottrinali che sarebbero prodotti da una migliore conoscenza dei dogmi, mi lasci dire, semplicemente, che se fosse così dovremmo già possedere un bell’elenco di mutamenti dottrinali prodottesi in questi duemila anni; e invece, gli unici di cui abbiamo conoscenza sono quelli sostenuti e mantenuti ancora oggi dagli eretici.
    Se poi, come Lei sembra concludere, si tratterebbe solo di modi diversi per presentare gli stessi dogmi, mi chiedo di che cosa stiamo qui a parlare, e mi pare che torniamo sempre allo stesso punto.

    Risposta – Bisogna vedere che cosa intendiamo per “mutamenti dottrinali”. Se con questa espressione intendiamo mutamenti di concetti o di contenuti, tali mutamenti nel dogma sono impossibili, perché il contenuto del dogma è immutabile: Christus heri, hodie et semper. “Le mie parole non passeranno”, dice Cristo. Sostenere la mutabilità del dogma è eresia tipica dei modernisti. Gli eretici col mutare il dogma non ci procurano una migliore conoscenza, ma una falsificazione dello stesso dogma. Se invece intendiamo una migliore e più profonda conoscenza di questi contenuti, allora i mutamenti dottrinali sono non solo possibili, ma doverosi, perché rispecchiano il normale funzionamento della mente umana nella conoscenza della verità. Il progresso della conoscenza è come l’aumentare della luce solare dall’alba all’aurora: è il medesimo sole, che però brilla sempre di più. Allora non si tratta di mutamento di contenuti, ma del modo (migliore) di conoscere. Da questo punto di vista è facile vedere come per esempio la cristologia o l’ecclesiologia hanno progredito dall’epoca degli apostoli al Vaticano II. E qui chi non volesse accettare il nuovo, mostrerebbe un’ingiustificata resistenza alla verità.

    7 – Nella sua quarta risposta, me lo lasci dire sinceramente e simpaticamente, Lei elude ancora la vera questione: quella frase di Giovanni Paolo II è una sorta di compendio teologico: lì il Papa parla di “persona”, di libertà di scelta personale, di “religione” e di “coscienza”. Ce n’è per scrivere un intero trattato. Ora, è il Papa che parla, non un sagrestano di sbrigliata iniziativa, e quando parla il Papa i primi ad ascoltarlo sono i fedeli affidati alla sua cura, quindi è ad essi che lui “deve” rivolgersi per prima. Un cattolico che ascolta queste parole, non si reca da un teologo per farsele spiegare, prima di assimilarle e metterle in pratica. La realtà è molto più semplice e, invero, molto diversa da come Lei sembrerebbe dipingerla. Il semplice fedele ascolta e recepisce e pratica. Questa la verità elementare, ed è questo che spiega l’“apostasia silenziosa” lamentata dallo stesso Giovanni Paolo II e l’urgenza della “promozione della nuova evangelizzazione” disposta da Benedetto XVI, entrambe rivolte ai cattolici e non ai non credenti, ai cattolici che hanno perso la fede.

    Risposta – Può capitare che un comune fedele un po’ sprovveduto e simpatizzante per i modernisti, nel sentire Giovanni Paolo II parlare di libertà religiosa, lo abbia frainteso in buona fede, prendendo l’insegnamento del Papa in un senso liberale o modernista. Questo fedele, essendo in buona fede, non ha colpa. Ma il fedele coscienzioso che invece sente nelle parole del Papa un che di liberale o modernista, non potrà non rimanere sorpreso e quasi incredulo, essendo evidentemente impensabile un Papa liberale o modernista. Questo tale fedele allora ha o sente il dovere morale di consultare un buon teologo per farsi chiarire che cosa ha inteso dire il Papa e scoprirà che non c’è nessun modernismo e nessun liberalismo, perché la dottrina conciliare della libertà religiosa, insegnata dal Papa, benchè nuova nel Magistero, è in continuità con la dottrina della tradizione, come è possibile dimostrare e come è stato dimostrato da buoni teologi.

    8 – Io ammetto che in tante occasioni i papi e i vescovi, in molti loro interventi, avessero in vista i non cattolici, il mondo, a cui intendevano lanciare un messaggio persuasivo, a volte suadente, ma, ammesso questo, devo riconoscere che è proprio in questo modo che si è generata la confusione e si è introdotta nella mente dei cattolici una nuova nozione di Chiesa, di dottrina e di dogma. Questa utopia venne pensata, discussa e normata in Concilio e venne praticata nel postconcilio, non dai modernisti, ma dai papi e dai vescovi. La strana idea di parlare al mondo per ammansirlo, magari lasciandogli credere che Nostro Signore abbia predicato la “libertà religiosa”, è talmente prossima all’eresia che stupisce come se ne possa anche solo parlare.

    Risposta – Una novità pastorale del Vaticano II rispetto a tutti i Concili precedenti, è effettivamente stata il fatto che esso non si è rivolto solo ai figli della Chiesa, ma all’intera umanità, al mondo, a tutti gli uomini di buona volontà. E perché mai da ciò dovrebbe essere nata “confusione e si è introdotta nella mente dei cattolici una nuova nozione di Chiesa, dottrina e di dogma”? Niente affatto! Perché mai questo intento del Concilio dovrebbe esser stata un’“utopia” e una “strana idea”? Per nulla! Il Vangelo non è forse stato predicato al mondo sin dall’epoca di S.Paolo? Non è Paolo chiamato l’Apostolo delle Genti? Non ha forse detto Cristo “predicate a tutto il mondo”?
    Indubbiamente il Concilio, insieme con la predicazione del Vangelo, ha voluto lanciare un messaggio meramente umano sulla dignità dell’uomo, comprensibile da tutti gli uomini ragionevoli, anche se non credenti. E non è stata, questa, una buona idea? Non si giunge a comprendere il Vangelo se non si ha stima dell’uomo e per quanto di buono c’è nel mondo. Oggi più che mai siamo consapevoli che l’evangelizzazione dev’essere preceduta dalla promozione umana, così come il Battista è stato il Precursore di Cristo.
    Indubbiamente anche qui è intervenuta la falsa interpretazione dei modernisti, la quale, come velenosa gramigna, ha soffocato il buon grano, facendo credere a molti gonzi o a chi voleva fare il furbo che il Concilio si rivolgesse solo all’umanità di oggi, senza alcuna mira soprannaturale e cantando una specie di peana in lode dell’umanità moderna, quasi che essa si identifichi la Chiesa, promettendo la salvezza per tutti, atei e credenti, cattolici e non-cattolici, sicchè all’inferno non c’ nessuno, tutti sono sempre in grazia di Dio.
    Questo sì che sarebbe un confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale, un cambiare la Chiesa, il dogma e la dottrina! Ma questo è l’imbroglio dei modernisti, il cosiddetto “buonismo”, non è la vera dottrina del Concilio!

    9 – Lei dice che “la scelta della propria religione deve essere una scelta personale di coscienza” e afferma che si tratta del “principio della libertà religiosa”. Questo è vero, ma qui non siamo alla esplicitazione del dogma, siamo alla sua contraddizione. Il Signore è venuto per salvare i peccatori e ha costituito i Dodici perché predicassero, insegnassero e battezzassero: è questa la Chiesa. Non v’è scelta possibile, non v’è coscienza, non v’è propria religione. Allorché si conosce la vera religione, con la predicazione e l’insegnamento, non v’è scelta possibile: o si crede e ci si salva o non si crede e ci si danna. Questo non lo dico io, ma il Vangelo. Ed è sulla base di questo aut-aut che si fonda la libertà di ogni uomo: nessuno può essere costretto in alcun modo a credere, ognuno è libero di scegliere di salvarsi o di dannarsi, cosa peraltro che è vecchia come il mondo.
    Se invece si volesse dire che un musulmano, una volta conosciuta la Verità, dev’essere libero di abbandonare l’Islam e di farsi battezzare, deve convenire con me che si tratterebbe di cosa diversa da quella affermata da Giovanni Paolo II, ma in questo caso sia il Concilio sia i papi avrebbero dovuto rivolgersi all’Islam e non ai cattolici.

    Risposta – Indubbiamente chi sa che il Vangelo è Parola di Dio e non l’ascolta o non ci crede, non può salvarsi. Ma chi in buona fede non lo sa, che sorte avrà? Cristo non ha perdonato ai suoi uccisori, perché “non sapevano quello che facevano”? Il principio della libertà religiosa è tutto qui. Quindi nessuna contraddizione col dogma, ma perfetta derivazione dall’insegnamento di Cristo. In fondo la Chiesa è sempre stata convinta di questa verità; il Vaticano II non ha fatto che metterla sotto una maggior luce e soprattutto l’ha avallata con la sua autorità dottrinale infallibile. E se un cattolico in buona fede, perché ingannato da falsi ecumenisti, crede che il protestantesimo sia la vera religione? Non è lo stesso caso degli uccisori di Cristo? Questo voleva dire Giovanni Paolo II e non gli si può dar torto. E’ ovvio poi che si deve fare tutto il possibile per far capire a quel povero illuso quale sia la vera religione. Su ciò certamente il Papa promotore della “nuova evangelizzazione” sarebbe stato d’accordo.

    10 – Nella sua quinta risposta Lei ripropone un concetto a cui ha già accennato qua e là. “Sospettare che il Concilio abbia mutato l’essenza della Chiesa è eresia”
    Lei è certamente in buona fede, ed io la seguo nel suo ragionamento, e la capisco, ma non posso fare a meno di chiedermi: ma di che cosa stiamo parlando, allora? Se sospettare che il Concilio abbia mutato… è eresia, mi deve dare atto che i suoi ragionamenti dovrebbero essere diversi, dovrebbero essere quelli di un teologo cattolico che cerca di far desistere dall’errore un cattolico eretico, e cioè io.
    Ora, io La ringrazio di tanto credito, ma posso assicurarLe che io sono un semplice orecchiante, uno che guarda e leggiucchia qua e là, e in questi ultimi anni, soprattutto, ho letto diversi scritti di persone di ben altro spessore che la trasparente sottilità della mia persona, ed è da questi scritti che ho appreso che il Concilio ha mutato… Sarò pure disinformato, ma non mi risulta che queste persone siano state segnalate come eretiche. E si tratta di teologi e di “esperti” del Concilio ben noti.

    Risposta – Se la convinzione che il Concilio abbia mutato l’essenza della Chiesa Lei se la è fatta leggendo scritti di persone che Lei giudica “di ben altro spessore”, si domandi come Lei fa a dire che sono di così alto livello, se appunto sostengono che il Concilio avrebbe mutato l’essenza della Chiesa, quando basta leggere il Catechismo per sapere che l’essenza della Chiesa è immutabile (“portae inferi non praevalebunt”) e che nessuna potenza la può mutare, tanto meno un Concilio, che viene indetto proprio per ribadire e difendere l’essenza della Chiesa, non escluso il Vaticano II. Se dovesse capitare che anche un Vescovo o un Cardinale va contro il Catechismo, lasci perdere il Vescovo o il Cardinale e stia col Catechismo.
    Naturalmente la Chiesa può e deve mutare in aspetti contingenti, passeggeri e caduchi. In tal senso si può dire che il Concilio ha mutato la Chiesa; ma l’ha mutata alla superficie, ossia nella sua pastorale, nella sua disciplina, in certe cerimonie liturgiche, in certe norme superate, nel suo modo di presentarsi all’uomo d’oggi, nel suo modo di testimoniare Cristo o di predicare il Vangelo, tutte cose accidentali, che non mutano affatto la sostanza della Chiesa, anzi questa sostanza è stata perfettamente ribadita dal Concilio, soprattutto nella Lumen Gentium.

    11 – Nella sua sesta risposta Lei conferma che il concetto di “Tradizione vivente” è da difendere ed è conforme alla Tradizione della Chiesa. Ora, se non vado errato, dire Tradizione significa dire che la Tradizione è viva, diversamente si parlerebbe di folklore o superstizione, significa dire che essa è ancora nei nostri cuori e nelle nostre menti, e lì continua a darci i suoi lumi e i suoi frutti da cui attingiamo ogni necessaria indicazione per conformare al meglio il nostro vivere da fedeli cattolici secondo la volontà di Dio. Quale necessità c’è dunque di aggettivarla? Perché contrapporre al richiamo a “la Tradizione” la precisazione che si deve trattare della “Tradizione vivente” o “Tradizione viva” che dir si voglia.
    Nel caso in specie, il Papa imputava a Mons. Lefebvre di non tenere conto del “carattere vivo” della Tradizione. Cosa può significare un’imputazione del genere? Se Mons. Lefebvre non teneva conto del “carattere vivo” è perché, ovviamente, concepiva una Tradizione dal carattere morto, una Tradizione morta e imbalsamata, alla quale anacronisticamente continuava a rimanere attaccato.
    Questo mi sembra davvero eccessivo, per non dire assurdo. Ma allora? Rimane solo da pensare che fosse il Papa a concepire la Tradizione come cangiante, mutevole, evolutiva, tenendo conto del suo “carattere vivo”, e sulla base di questo avesse ragione nel sostenere che Mons. Lefebvre ne conservava una concezione incompleta e contraddittoria.

    Risposta – Il Papa accusava precisamente Mons.Lefèbvre di essere rimasto attaccato ad una tradizione morta, benchè ovviamente questi non accettasse questa accusa. Ma il fatto obbiettivamente rimane, senza che per questo vogliamo giudicare la coscienza di Lefèbvre. E perché il fatto rimane? Perché Mons.Lefèbvre non riusciva a vedere uno sviluppo o esplicitazione della tradizione – quindi la Tradizione “viva” – in documenti conciliari come la Lumen Gentium, la Nostra aetate, l’ Unitatis Redintegratio e la Dignitatis humanae.
    E’ chiaro che dire “sviluppo della tradizione” non vuol dire che i contenuti di essa siano mutabili, come pensano i modernisti. Infatti i contenuti della Tradizione – qui intendiamo quella apostolica, come fonte della divina rivelazione – sono immutabili, perché sono le eterne verità del Vangelo. Quando Papa Wojtyla parlava di “tradizione viva” dobbiamo certamente pensare che egli si rifacesse al suddetto concetto cattolico di tradizione, non a quello modernista, che è eretico. Nell’idea cattolica, invece, “sviluppo della tradizione” vuol dire semplicemente il fatto di conoscerne meglio i contenuti.

    12 – Detto questo, mi lasci dire che Lei è un po’ ingeneroso col suo paragone con i protestanti, poiché qui nessuno rifiuta la mediazione del Magistero. Qui si chiede solo che il Magistero di oggi non contraddica, in tutto o in parte, il Magistero di ieri, e che non cerchi poi di giustificare queste contraddizioni con l’assistenza dello Spirito Santo e con la migliore comprensione della dottrina. Piuttosto, sono proprio i protestanti ad aver buttato a mare la Tradizione, appellandosi alla migliore comprensione della dottrina, ed è proprio dei protestanti avere stabilito il primato della predicazione dei pastori sulla definizione della dottrina da parte della Chiesa, la quale non potrà mai essere quella di questo o di quel concilio, di questo o di quel papa, ma dovrà essere quella che dovunque, da sempre e da tutti è stata creduta, e questo dovrà essere facilmente percepito da tutti i fedeli, pena lo sfaldamento dell’autorità.

    Risposta – Quando io connetto la tradizione viva con la predicazione, naturalmente prendo le distanze dal primato protestante della predicazione, perché Lei sa bene che io non mi riferisco al semplice teologo o al semplice ministro o al semplice fedele come fa il protestante, ma al Magistero della Chiesa (Vescovi in unione col Papa). Inoltre è noto come il predicatore protestante, come Lei pure conosce, non si considera interprete di una “sacra Tradizione” alla quale egli non crede, ma direttamente della Bibbia.
    Prendo atto che Lei non intende rifiutare la mediazione del Magistero, ma intanto pretende di trovare delle contraddizioni fra il Magistero di oggi e quello di ieri. Così facendo Lei non si accorge di avvicinarsi pericolosamente alla posizione protestante, appunto svalorizzando il Magistero. Infatti, un Magistero che non è coerente nel tempo nell’insegnarci e spiegarci l’immutabile Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa, che è Magistero è? Se io Lefèbvre crederò che il Magistero di oggi su questi punti non è più affidabile, mi sentirò io stesso il compito di custodire quella Tradizione che il Magistero di oggi ha abbandonato.
    Ma questo è il vero rispetto che il cattolico deve avere per il Magistero? Io Lefèbvre ho più autorità nell’interpretare e conservare la Tradizione che non il Magistero della Chiesa? Anzi sono tenuto a correggere il Magistero stesso su questo punto? Torna la mia domanda, alla quale Lei non ha dato risposta.

    13 – Lei continua a chiamare in causa i lefebvriani e io continuo a credere che non siano loro il problema, tra l’altro la Fraternità San Pio X è da 40 anni che esiste ed ha espresso il suo punto di vista in mille modi, sorprende che possa ancora sorprendere. Ma se Lei dice che “i lefebvriani si son presi l’incarico…” e si chiede “Ma chi li ha autorizzati?”, come faccio a non rispondere: Benedetto XVI? Certo che è una battuta! Ma solo a metà, poiché di questo e dell’importanza dei colloqui abbiamo detto prima, Lei ed io.

    Risposta – Benedetto XVI non ha affatto autorizzato i lefevriani ad essere interpreti definitivi (come pretenderebbero) della Tradizione: questa è una prerogativa che il Papa riserverà sempre per sé. Semmai, con molta benevolenza, il Papa sembra riconoscere nel lefevriani, più di quanto lo faceva Giovanni Paolo II, un certo amore per la Tradizione; ed è questo punto che lo ha spinto, credo, ad entrare in dialogo con loro. Tuttavia sono i lefevriani davanti al Papa e non il Papa davanti ai lefevriani che devono dimostrare vero e pieno amore per la Tradizione con l’accettare le dottrine nuove del Concilio, che non sono affatto in contrasto con la Tradizione, ma ne sono un’esplicitazione, uno “sviluppo” nel senso che ho spiegato sopra.

    14 – In quanto a feticismo, mi scusi, ma quando s’è mai vista nella Chiesa una così sconsiderata adorazione della “parola”, tanto da giungere all’incredibile invenzione della “liturgia della parola”?

    Risposta – La “liturgia della Parola” è una cosa del tutto innocente, lodevole, pastoralmente utile e di buon effetto ecumenico, come è dimostrato da moltissimi incontri ecumenici. Non è che la parte preparatoria al rito della Messa strutturata come rito a sé stante di ascolto, invocazione e di adorazione della Parola di Dio, sul fondamento di un fermo e sincero proposito di metterla in pratica nel quotidiano. La Parola di Dio è divina: perché non la si dovrebbe adorare? Al limite non è Cristo stesso?

    15 – Nella sua settima e nella sua ottava risposta Lei tratta di aspetti di cui si è già detto. Nella sua nona risposta lei elenca i buoni frutti del Concilio. Prima di dire qualcosa su questi frutti, mi lasci dire che a parlare per primo di “crisi” della Chiesa, non è stato il sottoscritto, che è un silenzioso nessuno, ma fior di cardinali e di prelati, compreso Paolo VI e il Card. Ratzinger. Non si trattava di semplici pareri negativi, ma di preoccupazione per la “crisi” della Chiesa, generata, tra l’altro, dal fumo di Satana e dalle concezioni non cattoliche penetrate nella Chiesa. A confronto, i miei appunti critici sono boccioli di rosa.
    In quanto ai frutti, posso subito dire che si tratta, quasi per tutti, di quei frutti più o meno avvelenati di cui ho parlato prima, e spiace che vengano ancora considerati senza spirito critico, secondo lo stile in voga in questi ultimi quarant’anni.
    Mi limiterò quindi a qualche laconica considerazione, a mo’ di battuta, poiché sarebbe troppo lungo il contrappunto articolato e documentato, e in ogni caso certi sconquassi sono sotto gli occhi di tutti.
    una liturgia più partecipata ? un presbiterio affollato e una navata deserta ? ? chiasso nei primi posti e silenzio in fondo ? ? chiese piene di turisti ? ? solo se c’è l’“arte” ?
    una maggior percezione della presenza del mistero trinitario nella vita cristiana, ? percezione del mistero ? ? percepito da chi ? ? in quale vita cristiana ?
    una cristologia più orientata verso la risurrezione, ? a scapito del sacrificio ? ? a scapito dei sacramenti ? ? a beneficio di una visione terrena della salvezza ? ? con il 50% dei praticanti che non crede alla risurrezione ?
    un culto mariano più teologicamente fondato, ? cioè lontano dalla stupida devozione popolare ? ? magari fondato sul “turismo religioso” ?
    una teologia più radicata nella Scrittura, ? al contrario di prima che era radicata altrove ?
    sacerdoti e religiosi più vicini alla gente e soprattutto i poveri, ? più vicini ai corpi e incuranti delle anime ? ? più vicini alla terra e incuranti del cielo ?
    un laicato più maturo, ? più maturo degli immaturi loro padri ? ? più aperti, ecumenici, adulti ? ? grazie alla luce del Concilio ?
    un’autorità più paterna, ? come i padri cattolici moderni che non correggono più i loro figli ? come i padri moderni che distruggono le famiglie ?
    un papato più zelante per il bene dell’umanità, ? che sarebbe poi il comando supremo ricevuto da Cristo ? ? meglio se non se ne trova traccia nel Vangelo ?
    il fiorire di nuovi istituti religiosi e movimenti cattolici, ? con la chiusura di chiese, seminari e conventi ? ? con la distruzione di tutte le confraternite di laici ?
    la ricchezza della cultura cattolica, ? per questo divenuta ormai quasi inascoltata ? ? per questo troppo spesso facilmente confusa con la cultura laica e anticattolica ?
    un rapporto meno polemico con i fratelli separati e con i fedeli delle altre religioni, ? diciamo pure di connivenza ? ? diciamo pure di colpevole connivenza ? ? diciamo pure di oblio del primo comandamento e del primo articolo del Credo ?
    un apprezzamento maggiore del mondo moderno, ? che tanto ne aveva bisogno, poverino, fondato com’è sulla sacrosanta lotta a Dio e alla Chiesa ?
    il pregio dell’ “inculturazione”, ? cioè delle galline sgozzate in chiesa in Africa ? ? o dei falsi indigeni di tre continenti vestiti da carnevale nelle Messe papali ?
    costumi cristiani meno farisaici e più evangelicamente autentici, ? con la maggioranza dei praticanti che pratica o approva il divorzio ? con i preti che si svestono o chiedono il matrimonio ?
    un senso più vivo della dignità della donna, ? per sacrosanta scimmiottatura del femminismo massonico ? ? per poterla condurre meglio fuori di casa e lontana dalla famiglia ?
    una maggiore percezione della politica come servizio, ? come si evince con tutta chiarezza dalle centinaia di politici “cattolici” in servizio più o meno permanente ? ? come si capisce subito dalle leggi promosse e approvate da questi politici “cattolici” ?
    un maggior senso della giustizia sociale. ? che è talmente un imperativo per la salvezza delle anime che forse chi non la pratica va all’inferno ? ? come sicuramente è capitato ai nostri padri che ne avevano un minor senso ?

    Risposta – I mali che Lei constata sono reali. Ma perché non vede anche il bene? La virtù? La santità? Lo Spirito che “rinnova tutte le cose”? In questa sua serie di osservazioni, posso anche essere d’accordo, ma c’è un errore di metodo: sembra voler ignorare il bene per il fatto che esiste il male, come uno che, constando la fame nel mondo, dicesse che nessuno ha abbastanza cibo. Ci sono sì i malati, ma ci sono anche i sani! Lei vede un bicchiere mezzo vuoto, ma potrebbe anche dire che è mezzo pieno! Oppure tutto è male, tutto è eresia, tutto è sbagliato? Ci, ci sono i peccatori, ma non crede che la Chiesa è santa?

    Obiettore: Suvvia! Me lo lasci ripetere: sono preoccupato !
    E io Le ripeto ancora: ci pensi bene!

    Con viva cordialità P.Giovanni Cavalcoli,OP
    Bologna, 28 agosto 2010

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