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Continuazione della discussione sul Concilio – II Parte

settembre 29, 2010

1. Ho notato che Lei continua a ribadire due punti che per Lei, evidentemente, sono cruciali: l’episodicità dei singoli modernisti e la impossibilità di mettere in dubbio i documenti del Concilio, sia pure con la distinzione che Lei fa tra pronunciamenti dottrinali e raccomandazioni pastorali.

Entrambi questi punti sono degni di attenzione ed io apprezzo il suo convincimento e la sua tenacia, ma ho l’impressione che Lei tendi a minimizzare sul primo e ad enfatizzare sul secondo.

Seguendo il suo ragionamento sembrerebbe che questi modernisti, da Lei stesso ritenuti responsabili di enormi danni, siano da individuare in maniera minore, per una sorta di modernismo “meno grave”, in certi personaggi un po’ indefiniti presenti nelle Università pontificie e nei Dicasteri della Curia romana; e in maniera maggiore, per una sorta di modernismo “più grave”, tra i preti, i religiosi e i fedeli. Io mi sforzo per seguirla, ma qui mi arresto perplesso.

Sembrerebbe che nella compagine cattolica il modernismo sia stato prodotto da una spinta dal basso: la massa dei fedeli che un bel giorno decide di sconvolgere la dottrina, la liturgia e la pastorale, in maniera tanto decisa e prepotente da far attecchire la cosa, come dice Lei, fin nei ceti dirigenziali della Chiesa.

Lei perdonerà la foga, ma un quadro del genere, per quanto utilizzabile strumentalmente, non riesce a descrivere neanche la più ridicola delle compagini politiche o culturali moderne. Riguardo alla Chiesa, poi, è una impossibilità e, per certi aspetti, una contraddizione. Se vescovi e cardinali lasciano che attecchisca in loro un qualsiasi moto spontaneo veniente dal basso e connotato da termini avversi all’insegnamento che essi stessi dispensano, è evidente che lo stato delle cose è ancora più grave di quanto prospettato da me.

 Io ritengo che l’origine del modernismo postconciliare non dipenda dal popolo, se non in piccola parte. Penso sì che tra i comuni fedeli esistano errori grossolani, ma più per ignoranza che per calcolo. Credo invece, e lo posso anche dimostrare con la storia della teologia recente, che i maggiori responsabili dell’attuale corrente modernista e dei suoi più pericolosi errori, siano i teologi con la connivenza implicita di una parte dell’episcopato e del collegio cardinalizio.

Costoro, a cominciare dai primi decenni del secolo scorso, prima nascostamente, magari fingendosi tomisti, e poi sempre più apertamente (vedi il fenomeno della “théologie nouvelle” dell’epoca di Pio XII), hanno, in combutta con massoneria e protestanti, utilizzato astutamente la loro cultura per far risorgere il vecchio modernismo sotto pretesto di ammodernare il cattolicesimo e di porlo in dialogo col mondo moderno.

Essi hanno trovato un’occasione favorevole nel Concilio Vaticano II per diffondere le loro dottrine, Sono riusciti a convincere Giovanni XXIII a fidarsi di loro ed hanno finto di collaborare lealmente al Concilio. Trattandosi di uomini indubbiamente dotati, hanno dato un effettivo contributo al Concilio, ma restando segretamente modernisti. Finito il Concilio, in una generale atmosfera di ingenuo ottimismo diffusosi nell’episcopato e nella stessa S.Sede, che avevano abbassato le difese, “hanno colto, come si dice, la palla al balzo”, si sono presentti come “interpreti del Concilio” e sono usciti completamente allo scoperto con impressionante audacia perché sicuri dell’impunità.

Il popolo è stato soprattutto vittima di questa operazione diabolica. Molti buoni fedeli, col soccorso dello Spirito Santo, hanno resistito a queste insidie e sono rimasti sani. I pastori invece non dico che non hanno cacciato il lupo dall’ovile, ma molti non si sono neppure accorti che era entrato. Le pochissime voci di allarme, come per esempio quella di degnissimi cardinali come Ottaviani, Parente, Ruffini e Siri, non furono neanche ascoltate. Ed oggi vediamo le conseguenze di questa insensata sordità e deplorevole dabbenaggine.

Questa è l’interpretazione che io do degli eventi. Quindi, conclusione, la maggiore responsabilità non è del popolo, ma di teologi e pastori. E la S.Sede, che in fondo si è accorta di quanto stava avvenendo, non ha avuto la forza di intervenire. Papi come Leone Magno, Gregorio Magno, Innocenzo III, Pio V, Pio IX, Pio X o Pio XII non capitano tutti i giorni.

2. Io penso che ciò di cui parliamo può essere descritto solo in maniera esattamente opposta a come fa Lei, solo così si può comprendere come mai la massa dei fedeli è diventata modernista.

Ma credo che, alla fine, non è proprio questo che Lei volesse dire, ma mi permetta di osservare che, cercando di minimizzare il ruolo decisivo che hanno avuto i vescovi, i cardinali e i papi, non si risolve il problema. Per provare a risolverlo è necessario che siano chiari i termini del problema: il modernismo è nato all’interno della Chiesa, poiché è solo di questo che ci occupiamo e non delle aberrazioni del mondo, ad opera di pensatori, teologi, vescovi, tutti personaggi di alto livello e comunque divenuti famosi e incisivi rispetto alla compagine cattolica. Non si dibatteva certo di modernismo tra i parroci e i fedeli delle borgate alpine.

Gli interventi dei papi, da Pio IX a Pio XII, non avevano in vista il nonno del sottoscritto, ma eminenti personaggi di Chiesa ben in vista e ben pericolosi per la Chiesa e per la salvezza delle anime. Personaggi che spesso hanno formato i nuovi preti. Lo dice lo stesso Card. Ratzinger nella sua autobiografia. Ma era ed è un fatto ben noto a chiunque: nelle scuole, nelle facoltà, nei seminari cattolici si studiavano i modernisti e si dibatteva sulle loro tesi. Per un semplice cattolico come me questo significa che le nuove generazioni di prelati venivano allevati e istruiti, direttamente o indirettamente, con nutrite dosi di modernismo, ed è da lì che sono stati scelti i vescovi degli ultimi 80 anni, alcuni dei quali sono diventati cardinali e qualcuno papa.

Tutto questo è sconcertante e stupisce che Lei affermi che, ciò nonostante, questi vescovi e questi cardinali non fanno testo, e per di più non farebbero testo semplicemente perché facendo come fanno vanno contro il Magistero della Chiesa. Come dire che nella Chiesa qualunque prelato può mettersi contro il Magistero, ma questo è poco importante per questo stesso fatto. Tanto, dice Lei, il Magistero resta intatto e incontaminato, e io e Lei possiamo sempre tenerlo per fermo con la competenza e la fedeltà al Papa.

 E’ vero, il modernismo è un fenomeno interno alla Chiesa. Si tratta spesso di gente, anche di prelati, che andrebbe scomunicata o per lo meno censurata, e invece insegna nelle cattedre ecclesiastiche, governa istituti religiosi, occupa diocesi, pubblica indisturbata a tutto spiano, è lodata e ammirata dai media cattolici.

Quando dico che questi personaggi “non fanno testo” non intendo dire che possiamo tranquillamente infischiarcene, perché facilmente dobbiamo avere a che fare con loro e dobbiamo saperci condurre nei loro confronti con carità e prudenza e direi anche, se sono prelati, con rispetto, ma anche con coraggio e, come si suo dire, “senza lasciarci menare per il naso”, anche a costo di soffrire. Ma è bello soffrire per Cristo.

Chi fa testo sono i pastori e i teologi fedeli al Magistero, del quale possiamo fidarci completamente e davanti al quale quei personaggi devono rispondere, anche se di fatto riescono a farla franca. Ma non sfuggiranno alla giustizia divina.

3. Questi di cui stiamo parlando non sono degli sprovveduti preti campagna a cui può capitare di schizzare per la tangente. In duemila anni chissà quante volte è accaduto, lasciando salvo il Magistero. No, questi sono i dispensatori del Magistero, sono quelli che la Chiesa pone ai loro posti per ammaestrare i fedeli, e se li ammaestreranno “contro il Magistero”, che ne è della trasmissione della dottrina della Chiesa? Che ne sarà dell’anima di questi fedeli? E che Chiesa è quella che permette che i suoi Pastori dispensino l’errore ai fedeli? E che Gerarchia è quella che permette ai suoi componenti di andare contro il Magistero? E potrei continuare, e Lei comprende bene a cosa potrei arrivare, ma me ne astengo per non urtare la sua sensibilità.

Di tutto questo non si può dire: non fanno testo, poiché la Chiesa non è una biblioteca di testi tersi e immacolati, intangibili alle malefatte dei suoi Pastori. Tutt’altro, la Chiesa è la dispensatrice delle verità e dei Sacramenti salvifici che attua per il tramite dei suoi Pastori. Ed è inutile dire, per esempio, che i Sacramenti operano ex opere operato, poiché è altrettanto vero che il Signore e lo Spirito Santo si servono dei Ministri per operare la salvezza e se questi Ministri violano la forma o la materia o l’intenzione, i Sacramenti da loro amministrati sono invalidi e non producono la condanna del fedele solo per la Misericordia di Dio che sopperisce con la santità della Chiesa. Limitandoci solo all’intenzione è evidente che molti di costoro che dovrebbero possedere la pienezza del sacerdozio non possono amministrare i Sacramenti convinti di fare ciò che fa la Chiesa, poiché per molti aspetti non sanno neanche cosa sia veramente la Chiesa o ne hanno una cognizione manchevole o distorta.

È solo un esempio, ma, visto dal punto di vista del fedele è un esempio calzante, poiché dai documenti magisteriali che costoro emettono, dalla predicazione che attuano, dall’esempio che offrono, non ammaestrano per la Chiesa, ma contro la Chiesa. E di questo non si può dire che “non fa testo”.

Quanti vescovi e cardinali, predicanti e praticanti il modernismo, e quindi eretici, come ammette pure Lei, sono stati scomunicati dal Papa?

E’ in nome ed alla luce del Magistero autentico (Vescovi uniti al Papa) che noi possiamo riconoscere e respingere i rappresentanti indegni del Magistero, fossero pure la maggioranza ed operassero pure liberamente senza essere puniti, come oggi da molte parti avviene. L’importante è non perdere la fiducia nel Magistero come tale, come fece Lutero e come fanno gli stessi eretici e i modernisti, che puntano solo sulla loro presunta sapienza.

La cosa importante per salvarsi è conoscere la verità. Ebbene chi vuol salvarsi, anche oggi, nonostante la confusione che c’è in giro, può conoscere la verità, può sapere che cosa dice veramente la Chiesa. E quand’anche noi stessi, frastornati involontariamente da qualche eretico o per un autoinganno, male interpretassimo gli insegnamenti della Chiesa e cadessimo  nell’eresia, Lei sa bene che potremmo salvarci ugualmente.

4. Per ciò che riguarda i documenti del Concilio la cosa è un po’ più complicata. Non v’è dubbio che, in linea di principio, essi debbano essere considerati con l’attenzione e l’assenso che spetta loro. Ma il punto è proprio questo. Come mai siamo arrivati al punto che uno qualsiasi come me e un teologo come Lei possano intavolare una discussione proprio su dei documenti della Chiesa a cui spetterebbe solo l’assenso?

O noi stiamo sbagliando, io per presunzione e Lei per troppa indulgenza, o c’è qualcosa che non va in quei documenti, un qualcosa di tanto importante da giustificare approfondimento critico, messa a punto e correzione.

Non è possibile limitarsi a postulare la necessità dell’assenso e tenere fermo che laddove sorge un dubbio, questo non è dal documento, ma dal soggetto che lo nutre. In tal modo ogni discorso è chiuso, poiché il dubbio del soggetto non sarebbe un dubbio, ma semplicemente uno stato d’ignoranza.

Intendiamoci, forse è proprio di questo che si tratta, almeno riguardo al sottoscritto, ma è del tutto evidente che risolto questo o quel caso, rimangono le migliaia di altri casi sorti in questi quarant’anni, di certo non tutti riconducibili all’ignoranza del soggetto… anzi.

I documenti del Concilio sono fatti in maniera tale che chiunque possa impugnarli, così come chiunque possa assentire, a seconda del punto di vista e della valenza personale di ognuno. È questo che li svilisce e li rende poco probanti dal punto di vista dottrinale. Non si fa della dottrina o perfino della pastorale con documenti opinabili, suscettibili di qualsivoglia interpretazione. Questo non è un difetto del Concilio, questa è la colpa del Concilio. E da una colpa non può scaturire una richiesta di assenso anche prudente, quanto piuttosto una condizione di sospensione del giudizio, ma che richiede una preventiva sospensione dell’applicazione degli stessi documenti.

Lei insiste dicendo che il dubbio sul valore dei documenti del Concilio è l’anticamera dell’eresia. È possibile. Ma anche qui, o si chiude il discorso o si riconosce che la causa di questo sta nei documenti. In realtà è insita nella vita del fedele la possibilità di valutare tutti i documenti della Chiesa e tutti i pronunciamenti del Magistero alla luce di ciò che si è sempre creduto, da tutti e ovunque. E questa, prima ancora di essere un postulato dottrinale, è una questione di semplice buon senso. Tolto il caso di chi non è in grado di intendere, e potrebbero essercene tanti, per tutti gli altri fedeli questo, non solo è possibile, ma doveroso.

Mi pare che Lei esageri le difficoltà nell’interpretazione dei documenti del Concilio. In molti passi il Concilio stesso rimanda a documenti della Tradizione, molti insegnamenti non sono altro che ripetizione di insegnamenti tradizionali. Molte osservazioni sono evidenti e di comune buon senso. I passi oscuri ed equivoci certo non mancano, ma non mancano anche chiarimenti operati dal Magistero successivo sia con opportune riprese ed esplicitazioni, sia condannando errori contrari e false interpretazioni. Non si possono negare – Glie ne davo gli esempi – molte valide e chiare realizzazioni del Concilio. Non mancano i buoni teologi e maestri, che possono aiutarci nel cammino della verità. Noi stessi, anche se semplici fedeli, pregando lo Spirito, certamente possiamo scoprire la verità, soprattutto se ci sforziamo di viverla nel nostro quotidiano.

5. E qui torniamo al punto di vista del semplice fedele. Se è stato sempre insegnato e si è sempre creduto, per esempio, che l’unica vera religione è quella cattolica, è evidente che un fedele che legge e sente che sì è vero, ma è anche vero che nelle altre religioni vi sono elementi di salvezza, non può che rimanere disorientato. Io credo nella vera religione e quindi mi salvo, ma anche chi non ci crede può salvarsi per ciò che contiene la sua falsa religione, sia pure in parte. Per il semplice fedele questo è impossibile. Certo si può spiegare che la Chiesa ha sempre creduto in qualcosa di simile, ed è vero, ma è stato sempre precisato che questo è possibile non per la falsa religione o per una parte di essa, ma nonostante essa. E questo è più che logico e comprensibile, per tutti i motivi che sappiamo, e che il fedele, che non è uno scemo, riesce a cogliere con tutta facilità. Ma non può impedirsi di dissentire dalla dichiarazione che anche nelle altre religioni vi sarebbero elementi di salvezza. È questo che dice il Concilio, e il fedele non può impedirsi di dissentire.

L’insegnamento del Concilio circa la possibilità di salvarsi anche in altre religioni non annulla affatto il primato e la divina unicità della religione cattolica, chiaramente ribaditi dallo stesso Concilio, e, se facciamo attenzione, ciò non è nulla di assurdo, ma è un discorso di buon senso. Facciamo un esempio semplice. Dio nel volerci salvare, è sì giusto ed esigente, ma anche è soprattutto misericordioso. Egli è come un buon medico che ha fissato un onorario per le sue prestazioni, ma fa anche sapere a chi è povero: puoi darmi solo la metà? Dammi la metà: puoi darmi solo un terzo? Dammi un terzo. Non hai nulla? Ebbene, ti visito gratis. Pensi alla parabola evangelica degli invitati a nozze: sono invitati per primi coloro che ne avevano il titolo. Questi però non vogliono venire. Chi allora viene invitato? Dei poveracci, dei pitocchi e degli scalzacani, purchè, s’intende, vogliano ben disporsi (ecco l’“abito da nozze”, cioè la buona volontà).

E’ evidente che la Chiesa considera utile alla salvezza un’altra religione non in quanto contiene degli errori, ma contiene delle verità, le quali pure peraltro, anche se a insaputa dei fedeli di quella religione, vengono da Cristo e conducono a Cristo.

6. Lei direbbe che il fedele attento e scrupoloso ha solo da interpellare un teologo. È vero. Ma questo non risolve il problema. Primo perché questa problematica, come insegnano questi ultimi 40 anni, non è di qualche fedele, ma di migliaia e migliaia di essi, tralasciando le centinaia di migliaia che vengono definiti impropriamente “tradizionalisti”, con un ismo che offende la Tradizione della Chiesa. Altro che confessionali, in questo caso ci vorrebbero migliaia di teologi pronti a spiegare e a chiarire i mille aspetti controversi del Concilio, dal suo svolgimento alla sua applicazione. Secondo, perché i rimanenti fedeli, magari meno attenti e meno scrupolosi, rimanendo nel dubbio, deciderebbero secondo ciò che hanno ritenuto di credere. O che il Concilio afferma una verità nuova, cadendo nell’errore, o che il Concilio sbaglia, cadendo nell’eresia, come dice Lei. Non si esce tanto facilmente dalla equivocità del Concilio Vaticano II.

È contrario al buonsenso supporre che i semplici fedeli si trasformino in persone informate, il semplice fedele è portato a credere a ciò che gli viene predicato e a ciò che gli viene fatto praticare. Quando un fedele vede il Papa che abbraccia un eretico, un rabbino o un dignitario musulmano, non può fare un corso accelerato di teologia ecumenica, e non lo fa perché non gli interessa, si limita a dedurne, magari sbagliando, che se ci va d’accordo il Papa dev’essere della brava gente molto amica del cattolicesimo… e un moto di simpatia scaturisce del suo animo ingenuo e generoso… e a cosa potrà portare quella simpatia in un mondo che pratica l’indifferentismo?

È questa la realtà di questi ultimi 40 anni. Senza contare le mille suggestioni a cui sono sottoposti i fedeli cattolici costretti a vivere in un mondo, non solo scristianizzato, ma quasi totalmente areligioso o antireligioso, praticante in ogni ambito e in ogni occasione una subdola persuasione occulta circa lo psudo-valore della morale e dell’etica laiche: la nuova onnipresente nuova religione del mondo moderno.

Pessimismo o realismo?

Realismo ma che pessimismo. Io credo che ci sia molta gente ingannata in buona fede, la quale pertanto parimenti si salva. Tenga presente che, come dice S.Giovanni, il Logos illumina ogni uomo. Tenga presente che Dio vuol salvare tutti, quindi certamente dà a tutti, magari per vie e con mezzi che non conosciamo, anche al di fuori dei sacramenti e della Chiesa visibile, il modo di salvarsi, sempre naturalmente che essi liberamente accettino. E questo nonostante la diffusione del modernismo, i prelati e i teologi indegni ed inpostori e la debolezza della S.Sede. In questi 40 anni la S.Sede ha perso umanamente il controllo della situazione, ma resta pur sempre la guida della Chiesa posta da cristo ed assistita dallo Spirito Santo. E lo Spirito Santo non perde il controllo della situazione. Preghi per gli indegni, segua le buone ispirazioni dello Spirito, si sforzi di vivere la sua fede, guardi all’esempio dei santi, legga e studi il Catechismo, frequenti i sacramenti, sia fedele alla Tradizione, dia il buon esempio e vedrà che salverà se stesso e molti altri.

7. Con questa forse lunga esposizione ho cercato di delineare l’angolo di visuale del semplice fedele, quello per cui la Chiesa esiste. Non che la Chiesa non si debba prendere cura dei teologi, dei dottori e dei Santi, tutt’altro, ma perché tutti costoro, compresi tutti gli ordinati e tutti i consacrati, non possono aver in vista che il bene delle anime: quelle di tutti i fedeli, di tutti i semplici fedeli.

Giustissimo.

8. Nella risposta al punto 5 Lei sostiene che “Per un cattolico non ha senso pensare che un nuovo Concilio sarebbe la disgregazione totale della Chiesa: i Concili si attuano sempre con l’assistenza dello Spirito Santo”. Se questo è vero in linea di principio, non lo è in linea di fatto, poiché dal Concilio Vaticano II, comunque la si voglia mettere, sono derivati una miriade di problemi. Seguendo la sua logica, lo Spirito Santo ne sarebbe corresponsabile o, quanto meno, sarebbe responsabile dei pronunciamenti equivoci del Concilio che hanno permesso interpretazioni erronee ed anche eretiche. Ora, dal momento che questo non è sostenibile e che li riconosceremo dai frutti, ne deriva che l’assistenza dello Spirito Santo, pur non venendo mai a mancare nella vita della Chiesa, passa sempre per il cuore e per le menti degli uomini, sia pure vescovi e papi, e se questi cuori sono induriti e queste menti sono annebbiate, la Sua influenza rimane inefficace. Come accade per la grazia: l’uomo deve disporsi a riceverla con cuore puro e con mente sgombra, diversamente la grazia non scende in lui, anzi, si arriva al limite che invece della salvezza l’uomo procura la sua condanna.

Dovunque in questo mondo l’azione dello Spirito s’interseca con l’azione di Satana e si alterna all’azione di Satana: nel nostro io, nelle comunità, nelle famiglie, negli ambienti del lavoro e della cultura, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli istituti religiosi, nei vescovi, nei cardiali, nel Papa stesso, e quindi anche nei Concili. E’ evidente che quanto di buono c’è in un Concilio viene dallo Spirito, mentre eventuali imperfezioni, ambiguità, sconvenienze ed errori vengono dallo spirito delle tenebre o quanto meno dal peccato o dalla fragilità degli uomini.

9. Vero è che conciliaboli ed errori della Gerarchia non potranno mai mettere in pericolo l’integrità della Chiesa, ma il “non prevalebunt” non preserva la Chiesa dai danni provocati da tali elementi, né preserva i fedeli dal grave rischio della perdizione delle anime.

Molto praticamente e col semplice uso del buon senso, chi potrebbe auspicare oggi un nuovo concilio ben sapendo qual è lo stato dei vescovi attuali? Chi potrebbe supporre, ingenuamente, che non si produca peggio di quanto è accaduto col Vaticano II? Fu quello che evitarono di fare i papi fino a Pio XII e che invece realizzò Giovanni XXIII, e i frutti sono sotto gli occhi di tutti. Non v’è lo sfacelo dappertutto, grazie a Dio e non al Concilio, ma per la fede un mezzo sconquasso è pari alla perdita di essa, perché non si può credere a rate né a condizione, o si crede tutto e bene o si perde la fede. E questo vale non tanto per i documenti, quanto e soprattutto per i semplici fedeli.

I Concili servono proprio per risolvere le crisi e non ha senso pensare che possano aggravarle. La storia dei Concili sta a dimostrarlo. I più gravi problemi della Chiesa si sono sempre risolti con i Concili. Lo dice la parola stessa: Concilio! I Concili conciliano, fanno tornare la pace, risolvono le controversie, eliminano gli abusi, danno nuovo vigore alla vita della Chiesa. E il Vaticano II non fa eccezione.

Temere che un Concilio, opportunamente e ragionevolmente indetto, possa recar danno, è mancanza di fede nello Spirito Santo e ignoranza della storia dei Concili. La convocazione degli Stati generali da parte di Luigi XVI portò al crollo della monarchia francese. Ma la monarchia di Cristo, rappresentata in terra dal Papa, non ha paura dei Concili, anzi se ne serve per far camminare la Chiesa e correggere quello che non va.

Il non aver convocato più Concili da parte dei Papi da Trento sino al Vaticano I è stato uno sbaglio, perché nel frattempo si erano accumulati molti gravi problemi – soprattutto quello del rapporto col mondo moderno -, che ilVaticano I non affrontò adeguatamente – benchè abbia emanato importantissimi chiarimenti dottrinali ed opportune condanne – e lo ha fatto solo il Vaticano II.

I tradizionalisti si dimenticano troppo a quali carenze ha rimediato il Vaticano II, troppo concentrati come sono sulle disgrazie di questi 40 anni del postconcilio. I rimedi apportati dal Concilio sono invece stati ricordati fino alla noia dai progressisti, certo non sempre a ragione, ma essi hanno detto anche delle verità. Da qui comprendiamo come sarebbe utile un maggior dialogo tra tradizionalisti e progressisti, perché ne uscirebbe una utile reciproca informazione e formazione cattolica.

10. Nella risposta al punto 6 Lei afferma che:  “Sostenere la mutabilità del dogma è eresia tipica dei modernisti”.  È incredibile che Lei parli dei modernisti come se questi lavorassero da un satellite nello spazio. Lei riconosce che sono eretici, ma fa finta di non ricordare che lavorarono in Concilio e lo influenzarono e concorsero attivamente alla redazione dei documenti. In questo caso, invocare l’assistenza dello Spirito Santo equivarrebbe a considerare la sua influenza come una sorta di atto magico: erano eretici, ma in Concilio parlarono, scrissero e vissero da non eretici. La verità è che essendo eretici hanno prodotto frutti propri, tra la leggerezza e l’impotenza di tanti Padri conciliari, senza contare l’ossequio che questi ultimi dimostrarono nei loro confronti.

Qui non si sostiene la mutabilità del dogma, si sostiene che i documenti del Concilio sono formulati in maniera tale da esprimere in tutto o in parte, direttamente o indirettamente, delle mutazioni dogmatiche. Se invece si ritiene che questo non è vero perché non sarebbe possibile per l’immutabilità del dogma, si finisce col dire che le formulazioni conciliari sarebbero tutt’uno col dogma. La cosa, ovviamente, non è possibile, per definizione stessa e perché finisce per fornire al Concilio un’autorità che esso stesso non ha mai preteso di avere e che i suoi frutti dimostrano che non poteva avere e che non ha mai avuto.

Se poi le mutazioni sarebbero nel modo in cui sono espressi e non nei contenuti, è evidente che non siamo d’accordo ed è per questo che ne parliamo.

E’ tipico degli eretici essere oscillanti tra la menzogna e la verità. Essi fanno il doppio gioco, sono servi di due padroni. Certi eretici in buona fede, trovandosi nel dubbio, pencolano ora da parte del vero ora dal parte del falso, senza riuscire mai a decidersi. Ma questi sono scusabili. Quelli più pericolosi invece sono quelli in mala fede, nei quali non c’è un’ignoranza invincibile, ma un’ignoranza colpevole, studiata e di comodo, dettata dalla superbia, per farsi un nome e conquistare discepoli.

Conoscono la verità, ma non la dicono sempre, bensì solo quando lo giudicano conveniente per i loro interessi. Si manifestano come eretici solo con precauzione e quando sanno di essere accettati o di poter darla da bere. Così hanno fatto i modernisti al Concilio: hanno sostenuto la verità che poi il Concilio ha espresso, al fine di ottenere credito presso i vescovi, – era gente colta! – ma poi, quando si sono accorti di aver ottenuto fama ed autorità, hanno saputo trovare l’occasione per propalare le loro menzogne senza troppo danno ed anzi con successo presso i gonzi ed impaurendo le autorità che hanno preso l’esempio da Don Abbondio o dall’avvocato Azzeccagarbugli.

Come ho già detto, il Concilio non contiene – è vero – dogmi definiti (veritas fidei), ma contiene dogmi definibili (veritas proxima fidei). Se il Concilio contiene due costituzioni dogmatiche, vuol dire che non ha inteso essere solo pastorale. E poi Le ho già accennato al criterio per riconoscere in un documento della Chiesa, ciò che ha carattere dogmatico.

11. Della risposta al punto 7, credo che basti dire che altrettanti teologi, se non di più, hanno dimostrato che non v’è continuità nella novità della libertà religiosa. E non credo che questi ultimi valgano di meno rispetto ai primi, perché sprofonderemmo nell’ideologismo.

E’ una dimostrazione impossibile, giacchè, come ho detto, al dottrina sulla libertà religiosa, trattando un tema connesso con la Rivelazione, è verità prossima alla fede, la quale pertanto non può essere in contrasto con la fede tradizionale.

12. Della risposta al punto 8, ritengo solo una frase che credo esprima il suo convincimento: “Oggi più che mai siamo consapevoli che l’evangelizzazione dev’essere preceduta dalla promozione umana, così come il Battista è stato il Precursore di Cristo”.

È proprio questo uno dei punti critici derivati dal Concilio, parecchio più critico di quanto appaia nella formulazione fatta da Lei e nella risposta che segue.

La promozione umana è cosa lodevole, sembrerebbe, ma cosa significa? Di fatto significa tutto e il contrario di tutto, com’è nell’ordine delle cose umane. Includerebbe la dignità dell’uomo? Quale dignità, quella dell’ONU o quella del prologo del Vangelo di San Giovanni? Includerebbe la libertà dell’uomo? Quale libertà, quella del ’89 o quella dei figli di Dio? Includerebbe il diritto alla pace? Quale pace, quella che dà il mondo o quella che dà Cristo? Includerebbe il rispetto dei valori? Quali valori, quelli della società umana o quelli della società divina che è la Chiesa?

Non sta scritto da nessuna parte, del Vangelo o dei Padri, che il mondo abbia per principio alcunché di buono, sta scritto invece: non conformatevi alla mentalità del mondo; non amate né il mondo né le cose del mondo. Questo, non perché il compito dei fedeli di Cristo sia di dar fuoco al mondo che è una cloaca del peccato, ma perché l’ineluttabilità dell’essere nel mondo non si trasformi, anche senza volerlo, nell’essere del mondo, corrompendo l’evangelizzazione e venendo meno al comandamento.

Quanto al paragone col Battista, mi lasci dire che Lei è proprio un buontempone. Cercare di far passare il Battista per un propugnatore della promozione umana è davvero una cosa che rompe simpaticamente l’eccessiva serietà del nostro discorrere.

Dovrebbe esse chiaro che quando io parlo di dignità e di promozione della persona umana o dell’esistenza della libertà o del valore della pace e della giustizia o dei diritti dell’uomo, non mi rifaccio all’illuminismo o alla Rivoluzione francese o all’ONU, ma alla dottrina sociale della Chiesa e mi riferisco in modo speciale alla concezione tomista dell’uomo, raccomandata dalla Chiesa stessa.

Quanto al significato biblico del termine “mondo”, ne ho già parlato in precedenza, distinguendo il mondo in quanto creato da Dio, mondo che quindi come tale è buono, mondo che Cristo ha amato e salvato, dal mondo nel senso di mondo del peccato, sotto l’impero di Satana e il “mondo” in questo senso va certamente odiato e fuggito.

13. Della risposta al punto 9 dico solo che Giovanni Paolo II ha detto che era un diritto cambiare religione.

Sì, ma a quali condizioni? Che il soggetto erri in buona fede. Questo va specificato per non fare di Giovanni Paolo II un indifferentista, cosa semplicemente ridicola.

14. Se vi è una tradizione morta, come dice Lei, ne deriva è morta la Chiesa.

E’ chiaro che la Tradizione della Chiesa non è morta ma è viva. Ma “viva” che vuol dire? L’ho già detto: quella del Magistero di oggi, fatto di persone viventi: i nostri pastori sotto la guida del Papa. Givanni Paolo II ricorda a questo principio a Mons.Lefèbvre, perché egli non accettava la Tradizione viva in questo senso. La sua obbedienza si fermava a Pio XII e non andava oltre.

15. La risposta al punto 12 mi pare voglia trascurare tutto quanto ho avuto modo di scrivere. Ribadisco allora. Il Magistero è l’unica guida per il fedele, quindi, se il fedele scorge delle contraddizioni tra il Magistero di ieri e quello di oggi, come minimo c’è un problema. E non è accettabile cavarsela dicendo che il problema sta nel fedele, perché si farebbe finta di credere che si tratterebbe di una opinione (in questo campo di per sé improponibile), mentre invece si tratta di un fatto. Un fatto che può apparire una inaccettabile anomalia, ma che non può annullarsi affermando che è impossibile. Un fatto è un fatto, non una ipotesi, né una possibilità. È di questo che stiamo parlando di un fatto anomalo. E l’anomalia non sta nel fedele, ma nel Concilio.

Non so a quale domanda senza risposta Lei si riferisca, ma se mi chiede come un fedele possa arrogarsi il diritto di correggere il Magistero, io Le rispondo: basandosi sul nulla. Il fedele non può correggere il Magistero. Perché ci giriamo intorno? Il fedele ha il sacrosanto diritto di pretendere che il Magistero di oggi non contraddica il Magistero di sempre, e se le formulazioni del Magistero di oggi non si preoccupano di tenere primariamente in conto il rischio che il fedele possa fraintendere è evidente che basterebbe solo questo per considerarlo un Magistero manchevole, imprudente e incurante. Se poi si constatasse, come si constata da 40 anni, che non di formulazioni si tratta, ma di contenuti mutati, non solo il fedele ha il diritto di pretendere la correzione, ma ha anche quello di pretendere che quelle mutazioni vengano dichiarate tali, per la salvezza delle anime.

Se il Magistero è infallibilmente assistito dallo Spirito Santo, come possono esserci delle contraddizioni? Lo Spirito Santo si contraddice? Allora al fedele cattolico che sa per fede che lo Spirito non si contraddice non verrà forse il dubbio che è lui a trovare contraddizioni dove non ci sono? Non sarà forse che quello che a lui pare un fatto in realtà è un’apparenza? Non sarà forse una contraddizione apparente che può essere risolta? E’ lo Spirito santo a contraddirsi o siamo noi, che vediamo la contraddizione dove non c’è?

16. Per la risposta al punto 13, mi scusi, Padre Giovanni, ma Lei non doveva proprio inciampare in una piccola cosa come questa: “devono dimostrare vero e pieno amore per la Tradizione con l’accettare le dottrine nuove del Concilio, che non sono affatto in contrasto con la Tradizione, ma ne sono un’esplicitazione, uno “sviluppo” nel senso che ho spiegato sopra”.

Le dottrine nuove del Concilio? Perché il Concilio, un concilio pastorale, che non ha voluto insegnare niente di nuovo, ha insegnato dottrine nuove? Scusi, ma a me sembrava che Lei fosse del tutto contrario a questo che afferma adesso. E lei lo ribadisce, si tratterebbe di dottrine nuove “che non sono affatto in contrasto con la Tradizione ”. Dottrine nuove, quindi, che esplicitano, che sviluppano, ma sempre dottrine nuove. È corretto tutto questo? Nuove significa solo che non sono mai state insegnate o che, in quanto nuove, sostituiscono le vecchie. Proprio quello che non è possibile. Ma forse è stato un lapsus.

Per “dottrine nuove” non intendo “nuove verità rivelate”, ma migliore  e più esplicita conoscenza delle medesime verità. E questo è normale nella storia dei Concili.

17. Nella risposta al punto 14 Lei afferma una cosa che non trova precedenti nella dottrina della Chiesa e, per quanto mi riguarda, del tutto insostenibile anche dal semplice punto di vista logico. L’adorazione della Parola di Dio è una impossibilità. Tranne che non si volesse sostenere che adorare è come venerare, è come rispettare, ecc. Se c’è differenza tra questi termini è perché indicano cose diverse. Dire che la Parola è Cristo stesso, significa dire che tutta la parola di Dio è Cristo stesso: Egli è il Logos. E il Logos si fece Parola da sempre: Egli è la Parola. Ma solo ultimamente si fece carne, ed è Cristo, e noi adoriamo Cristo, non il Logos, perché diversamente non ci sarebbe stato bisogno dell’incarnazione. Non mi risulta che si sia mai adorata la Parola, né col Nuovo, né col Vecchio Testamento. Solo con Lutero si è passati dal rispetto all’adorazione del Libro, neanche Ebrei e musulmani, ma questo perché Lutero in definitiva avendo accantonato Cristo e il SS. Sacramento, non gli restava che adorare il libro e se stesso. Accade così col postconcilio? E, accadendo, è legittimo? È in continuità?

Tutto ciò che riguarda Cristo è adorabile: questo è un noto insegnamento della Tradizione. Nella Settimana Santa non c’è l’adorazione della Croce? Tanto più la sua parola o le sue parole, che esprimono la sua divina sapienza e il suo divino amore. Certo un conto sono le parole di Cristo, ed un conto è Cristo Parola sussistente (Verbo, Logos del Padre, seconda Persona della SS.Trinità). Ma perché non dovrebbero essere adorabili anche le sue parole?

Lo sbaglio di Lutero non fu questo tipo di adorazione, ma fu il rifiuto della Sacra Tradizione trasmessa dal Magistero della Chiesa come infallibile interprete della Parola di Dio ed espressa nei Concili.

18. Sul punto 15 siamo d’accordo, quindi niente da dire, o quasi. Solo che a me sarebbe permesso parlare del bicchiere mezzo pieno, facendo finta di minimizzare il mezzo vuoto, ma a un ordinato o a un consacrato no. Quando c’è il male, tutto o mezzo o un quarto, va subito denunciato, trascurando i tre quarti di bene, per impedire che il quarto diventi tre quarti. È questo il dovere di un ministro, denunciare per correggere e prevenire, non dare alibi al male, non ammorbidirlo col presentare contemporaneamente il bene. Cosa farà un confessore al cospetto del male del peccatore? Ricorderà a questi di tenere presente il bene che c’è in lui? Forse è proprio questo che si fa a partire dal Concilio, ed è per questo che il male è sempre più diffuso, nella Chiesa e tra i suoi ministri.

Se Lei mette cose così, sono d’accordo.

Dibattito sul Concilio Vaticano II

agosto 30, 2010

Rispondo alle obiezioni di un lettore, certamente degne di considerazione. Presento questo dibattito sotto forma di scambio epistolare rivolgendomi all’obiettore.

Gentile obiettore, seguirò questo metodo per facilitarle il lavoro: riprenderò punto per punto quello che Lei dice, facendo seguire la relativa risposta. Questo dibattito mi è utile proprio perché sto preparando un libro sull’argomento. Si tratta certo di una ricerca in comune dove è utile lo scambio di opinioni. Dunque cominciamo.

  • 1. Lei auspica che la S. Sede pubblichi l’insieme delle dottrine conciliari sotto forma di “canoni”, e questa sarebbe una buona cosa, ma credo che sorgano due grossi problemi: un problema di tempo, perché una definizione del genere richiederebbe un lungo lavoro di studio e di approfondimento dei testi, per liberarli dagli equivoci e dalle incoerenze con la Tradizione; e un problema di discernimento, poiché tutta la parte “pastorale” dovrebbe essere o ignorata o riscritta, sono passati 40 anni di così intensa evoluzione da sembrare 4 secoli. Il tutto dovrebbe poi fare i conti con l’età del Santo Padre, finora l’unico in grado di poter assicurare una certa intenzione e una certa determinazione. Se si giungesse alla più o meno rapida definizione di un tale lavoro, non è azzardato prevedere la complicazione dei problemi piuttosto che la loro soluzione.

Risposta. Formalizzare o trasformare in canoni le novità dottrinali del Concilio non dovrebbe essere un lavoro né troppo difficile né troppo lungo. Si tratterebbe di usare un linguaggio più chiaro (più tradizionale) e di riassumere, perché ci sono numerose ripetizioni. Anche il problema di distinguere gli insegnamenti pastorali (contingenti, fallibili) da quelli dottrinali dogmatico-morali (infallibili, immutabili) non è troppo difficile: qualunque buon teologo li sa fare. La parte pastorale contiene alcuni buoni insegnamenti, che hanno dato buoni frutti; altri sono più discutibili e andrebbero corretti. Ma il lavoro più urgente e importante è assicurare la chiarezza degli insegnamenti di fede o prossimi alla fede e mostrare la loro continuità con la Tradizione. Per quanto riguarda l’età del Papa, ciò non fa alcun problema, perché non è un lavoro che debba per forza farlo Papa Ratzinger, ma va fatto dal Papa come tale, quindi potrà esser portato avanti dal successivo.

  • 2. Per ciò che attiene alla distinzione tra dottrine dogmatiche e orientamenti pastorali, mi lasci dire che ci troviamo al cospetto di un altro grosso problema. Delle 4 Costituzioni, solo la Dei Verbum e la Lumen gentium sono dette dogmatiche, mentre la Gaudium et spes è detta pastorale. Tutte e quattro, poi, sono proprio quelle che in questi 40 anni hanno sollevato i maggiori problemi. Lei lo sa molto meglio di me: non sono pochi i teologi che trovano molto difficoltoso attribuire il carattere dogmatico, in tutto o in parte, a queste Costituzioni. Non è un problema di mancanza di “definizioni”, è un problema di contenuti. Tra l’altro, in documenti così pletorici è veramente difficile distinguere tra pronunciamento dottrinale vincolante e semplice orientamento pastorale. Anche questo fa parte della confusione. 

Risposta. La distinzione di fondo da fare nei documenti del Concilio è tra contenuti dottrinali e contenuti pastorali. I primi possono essere o di carattere teorico (“dogmatico”) o di carattere morale. Col termine “dogmatico”, poi, si può intendere o dogmatico definito (verità di fede) o dogmatico non definito (verità prossime alla fede)[1]. Il Concilio contiene dottrine dogmatiche del secondo tipo, non del primo[2]. Distinguere il dottrinale dal pastorale in linea di principio non è difficile ed è il compito normale del teologo: dottrinale (dogmatico o morale) è quanto è rivelato da Dio o su se stesso (dogmatico) o sulle leggi della condotta umana (morale). Pastorale è quanto è stabilito dalla Chiesa nel variare dei tempi e dei luoghi per insegnare la dottrina (pastorale dogmatica) o per guidare la condotta umana (pastorale pratica). E’ evidente che il Concilio contiene molti insegnamenti dottrinali, sia tradizionali che nuovi. La questione delicata è quella di chiarire gli insegnamenti nuovi, perché alcuni – per esempio nella Lumen Gentium, nella Nostra Aetate, nell’Unitatis redintegratio e nella Dignitatis humanae, sembrano in contrasto con la Tradizione. E’ vero che i documenti sono troppo estesi e il linguaggio non è sempre chiaro. Tuttavia, leggendoli con attenzione e forniti di buoni metodi di discernimento, si riesce a distinguere ciò che vincola la fede da ciò che invece riguarda la semplice pastorale. La confusione è stata creata ad arte dai modernisti, per cui si tratta soprattutto di dimostrare che la loro interpretazione è falsa. Ad ogni modo sarebbe bene che il Papa chiarisse definitivamente i punti del Concilio che sono da tenere per fede o per atto prossimo alla fede. Penso che questo emergerà grazie alle trattative con i lefevriani.

  • 3. Per ciò che attiene alla rottura con la Tradizione, mi darà atto che non si tratta di una mera ipotesi, né di un’opinione personale, mia o di altri, bensì del problema. E se il problema si è posto è perché esso scaturisce dai documenti del Concilio e non dall’esterno. Peraltro, anche se tale rottura fosse parziale e magari frammentaria, non v’è dubbio che si tratterebbe di un caso unico nella storia del Magistero della Chiesa, ed è proprio di questo che stiamo parlando da 40 anni. 

Risposta. Per la verità, un problema di interpretazione è sempre esistito dopo ogni Concilio, tanto che spesso il concilio successivo ha dovuto chiarire ciò che non era chiaro nel Concilio precedente. Per esempio, il Concilio di Calcedonia, distinguendo le due nature di Cristo, ha dissipato un possibile malinteso che poteva sorgere dal precedente Concilio di Nicea, che definì la divinità di Cristo. Alcuni infatti presero occasione da ciò per sminuire l’umanità di Cristo e nacque il cosiddetto docetismo, il quale considerava l’umanità di Cristo come una mera apparenza. In secondo luogo occorre distinguere una Tradizione dogmatica da una tradizione pastorale. La prima, essendo rivelazione divina, è immutabile e su ciò la Chiesa è infallibile, non cambia e non può cambiare. La seconda è mutevole e a volte la Chiesa cambia, e comunque qui non è infallibile. L’impressione che il Concilio abbia mutato nel dogma è stata diffusa e favorita dai modernisti, i quali non credono nell’immutabilità dei dogmi, per cui per loro è normale che un Concilio contraddica a quello che ha detto un Concilio precedente. E’ segno per loro di “progresso storico”. Ma anche il solo sospettare che un Concilio possa mutare i dogmi è segno di mentalità ereticale[3]. E’ vero tuttavia che qua e là il Concilio può dar l’impressione di tale mutamento: è su questi punti che si appigliano i modernisti. Occorre pertanto dimostrare che essi sono degli impostori. I mutamenti dottrinali non avvengono perché si cambiano i dogmi, ma perché si conoscono meglio gli stessi dogmi. Si tratta quindi di mutamenti non di contenuto, ma nel modo di conoscerli.

  • 4. Stringerci intorno al Papa è un fatto intrinseco all’esser cattolici, ma è evidente che il Papa della Santa Chiesa non ha un nome e un cognome, il Papa è il Papa. Sia quando firma un documento dottrinale, sia quando fa delle dichiarazioni, orali o scritte, di carattere pubblico. Ed è il Papa soprattutto agli occhi del semplice fedele che ascolta o legge. Il fedele non può non stringersi sempre intorno al Papa, non a questo o quello, ma al Papa, tout court; anche perché: da chi potrebbe andare se non da lui per aver conferma della sua Fede? Le affermazioni di Giovanni XXIII e di Paolo VI, non sono delle espressioni del loro particolare stato d’animo di un momento, ma documenti che fanno parte dello stesso Concilio, sia pure in maniera collaterale. Il problema è della forma mentis, della mentalità che sta alla base del Concilio e del post-concilio, forma mentis che non era di Angelo Roncalli o di Giovanni Battista Montini, ma di due papi e della gran parte dei vescovi che parteciparono al Concilio. Un esempio di questa forma mentis la si trova nel Messaggio per la “giornata della pace” che Giovanni Paolo II diffuse nel 1999, in cui è detto: «[La libertà religiosa] è talmente inviolabile da esigere che alla persona sia riconosciuta la libertà persino di cambiare religione, se la sua coscienza lo domanda». Di fronte a dichiarazioni ufficiali come questa, e quelle, non si può far finta di niente o liquidare il problema soggiacente pensando che si tratti di giudizi meno felici. Se Lei pensa al semplice fedele, come si fa a spiegargli che questa o quella pubblica affermazione è trascurabile perché infelice, e come si fa a impedire che egli finisca col giudicare felici o infelici le pubbliche dichiarazioni e i pronunciamenti a seconda del proprio personale convincimento o, peggio, a seconda della propria convenienza? In questo caso non vale più il richiamo all’ubbidienza, ciò che resta è l’individualismo e l’indifferentismo. Intorno a cui stringersi, allora?

Risposta. Il Papa può parlare come Papa, ossia come Maestro della fede, e qui non sbaglia, ma può parlare anche come dottore privato, esprimente sue opinioni personali, e qui può sbagliare. Quando parla come Papa lo fa capire da diversi segni e qui certo noi cattolici dobbiamo seguirlo perché è in gioco la fede. Per esempio, quando parla come Papa, tratta materia di fede e fa capire che intende insegnarci la fede. Il principio enunciato da Giovanni Paolo II a proposito della libertà religiosa si riferisce alla buona fede o alla cosiddetta “ignoranza invincibile”, tradizionalmente ben nota ai moralisti. Il Papa non dà alcun permesso a un cattolico di cambiar religione (ci mancherebbe!), ma semplicemente intende dire che uno che in buona fede o per ignoranza non colpevole (educazione sbagliata, ingenuità, vittima di un inganno, ecc.) crede, per esempio, che il protestantesimo sia meglio del cattolicesimo, davanti a Dio è innocente e quindi lo si deve lasciar libero di fare la sua scelta, anche se ciò può recare scandalo o dolore presso i cattolici. Ora il principio della libertà religiosa, benchè implicitamente contenuto nella Tradizione e nello stesso Vangelo, è stato esplicitato dal Vaticano II e si tratta di verità prossima alla fede; per questo il Papa parla di principio “inviolabile”. Qui i lefevriani sbagliano nel credere che il Concilio contraddica al Magistero precedente; non contraddice ma spiega ed esplicita. Inoltre, il principio della libertà religiosa sottolinea il fatto che la scelta della propria religione deve essere una scelta personale di coscienza, nella quale il soggetto deve essere lasciato libero anche da un ambiente religioso contrario.

  • 5. Altro punto controverso è quello della erranza personale allorché, secondo Lei, si ha l’impressione che la Chiesa del Concilio abbia rotto con la Tradizione. Qui mi permetta un’osservazione preliminare. Se Lei parla dell’essenza della Chiesa, che è immutabile, perché poi specifica parlando di Chiesa del Concilio? A me pare che questa specificazione separi di per sé la Chiesa di Cristo dalla Chiesa del Concilio. Se la Chiesa è una, non può esserci una Chiesa del Concilio, poiché inevitabilmente ci sarà anche la Chiesa del pre-concilio o del post-concilio. Cosa che è in fondo è vera, e che costituisce l’oggetto del problema di cui trattiamo, ma che non può accettarsi come legittima. Ne consegue che il problema non sta nella Chiesa del Concilio, ma nel Concilio.

Risposta. L’essenza della Chiesa è immutabile; muta invece la conoscenza che ne abbiamo, nel senso che migliora e si approfondisce. Inoltre la Chiesa muta anche in se stessa nella storia, ma solo in elementi accidentali; la sostanza resta sempre la stessa. E’ esattamente quello che fa l’ecclesiologia conciliare; non ci presenta un’altra Chiesa in rotta con la Tradizione; ci presenta la medesima Chiesa, la Chiesa di sempre, ma conosciuta meglio e più dettagliatamente. Ed inoltre dà nuove direttive pastorali (alcune delle quali possono essere discutibili) per presentare meglio, più efficacemente e con argomenti più persuasivi, la Chiesa al mondo contemporaneo. Sospettare che il Concilio abbia mutato l’essenza della Chiesa è eresia, perché vorrebbe dire pensare che essa sia stata vinta da Satana e non credere alla promessa fatta da Cristo alla sua Chiesa di condurla alla pienezza della verità.  Indubbiamente anche qui i canoni sulla Chiesa dovranno chiarire che le novità conciliari sulla Chiesa non contraddicono ma confermano e sviluppano la Tradizione. Quindi, quando parlo di “Chiesa del Concilio”, certo la distinguo dalla Chiesa del preconcilio, ma non come due Chiese l’una contro l’altra, ma come la medesima Chiesa che, restando sostanzialmente se stessa, è cresciuta ed ha evoluto. Paragonare la Chiesa a un organismo vivente (come fa Newman) non è sbagliato, perché lo fa la Scrittura stessa, per esempio col paragone della sposa o del piccolo seme.

  • 6. Il ragionamento che fa Lei circa la necessità di interpretare rettamente sia la Tradizione sia il Concilio, è lo stesso che fece a suo tempo, nel 1988, Giovanni Paolo II, nel Motu Proprio Ecclesia Dei, parlando di «incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione». Lei mi insegna che questo discorso del “carattere vivo della Tradizione”, questa nozione di “Tradizione vivente”, è quanto di più controverso ci sia in campo teologico. È evidente che, anche qui, Giovanni Paolo II ha parlato di «Tradizione che si evolve», mutuando il concetto di evoluzione e di cambiamento dalla concezione più elementare di vita terrena e dalle concezioni filosofiche moderne. In questo senso la Tradizione sarebbe viva e vivente. Ma questo è chiaramente insostenibile, poiché la Tradizione, in quanto tale, né può evolversi né può vivere e mutare come un essere vivente. Se ciò accadesse, essa sarebbe contingente e non avrebbe alcun valore fondativo. Il che è impossibile. Semmai la Tradizione è immutabile e sempre viva, eterna come il suo Autore, talmente viva da contenere in sé tutti i possibili adattamenti esterni richiesti da quel fluire dell’esistenza e del tempo che, essi sì, mutano e muoiono. E questo non per esigenza della Tradizione, che è data una volta per tutte fino alla Parusia, ma per l’esigenza naturale della capacità di comprensione dell’uomo, sempre bisognosa di chiarimenti e messe a punto proprio in forza del mutare del mondo in cui è immerso e vive.

Risposta. Io non Le insegno che “questo discorso del carattere vivo della Tradizione è quanto di più controverso ci sia in campo teologico”. Al contrario, il concetto mi pare semplice e chiaro, oltre che estremamente importante. Tradizione viva vuol dire semplicemente quello che oggi il Magistero della Chiesa, testimone infallibile della Tradizione, ci insegna sulla Tradizione stessa. Tradizione viva vuol dire esposizione della tradizione fatta da uomini viventi, come il nonno che spiega al nipotino le tradizioni di famiglia. Dov’è la difficoltà? I lefevriani si son presi l’incarico di difendere la Tradizione contro gli insegnamenti del Concilio e del Magistero postconciliare. Ma chi li ha autorizzati? Non dobbiamo aver paura della parola vivente dei nostri pastori, successori degli apostoli, altrimenti facciamo come i protestanti che si attaccano feticisticamente allo scritto, perché rifiutano la mediazione del Magistero, ma Cristo ha affidato agli Apostoli il Vangelo da Lui oralmente annunciato  e non ha detto agli apostoli “scrivete”, ma: “predicate”. Che poi faccia comodo mettere per iscritto la parola, d’accordo. Ma il primato è quello della parola. Il che è come dire il primato della Tradizione (viva). In tal senso Paolo dice: “la lettera uccide, lo Spirito vivifica”. Quello Spirito Santo che è simultaneamente nella Scrittura, nella Tradizione, nel Magistero e nella coscienza del singolo cristiano.

  • 7. In quanto alla interpretazione della Tradizione, mi sembra che in duemila anni il Magistero abbia dato tante di quelle indicazioni e delucidazioni che è difficile sbagliarsi così clamorosamente. È anche possibile che il Concilio abbia aggiunto delle delucidazioni, che sarebbero le benvenute, ma a condizione che non contraddicano quelle che le hanno precedute e, soprattutto, non producano problemi così vasti e così articolati come quello di cui trattiamo.

Risposta. Infatti, dopo duemila anni il patrimonio della Tradizione è tutto sommato chiaro, anche se bisogna separarlo da tradizioni caduche semplicemente umane. I canoni dovranno appunto mostrare che il Concilio ha chiarito, non ha contraddetto la Tradizione. I problemi vasti ed articolati non nascono dal Concilio in se stesso, ma da una colossale ed astutissima opera di mistificazione modernista segretamente orchestrata anche prima del Concilio dai protestanti olandesi-tedeschi in combutta con la massoneria e l’ebraismo anticristiano ed inspiegabilmente da troppo tempo tollerata da gran parte dell’episcopato. Penso che anche Paolo VI avrebbe dovuto essere più tempestivo ed energico. E’ vero che ha avuto a che fare con avversari astuti e terribili, ma l’esser stato troppo delicato e riguardoso ha finito col permettere ai nemici di imbaldanzirsi ancora di più e di diventare sempre più audaci ed arroganti, facendosi numerosissimi seguaci. Per vincere questa manovra satanica, occorre appunto la vera attuazione del Concilio, correggendo qualche direttiva pastorale e formulando chiaramente ed inequivocabilmente le novità dottrinali, sotto pena di sanzioni canoniche, come si è sempre fatto e si deve continuare a fare.

  • 8. Quando Lei dice che la dottrina sulla Chiesa può mutare, nel senso che la Chiesa cammina verso la pienezza della Verità, ho l’impressione che Lei si muova su un terreno accidentato, poiché è difficile credere che gli Apostoli non fossero in possesso della pienezza della Verità, soprattutto dopo la Pentecoste. L’assistenza dello Spirito Santo, assicurato alla Chiesa fino alla Parusia, non riguarda la “scoperta” di cose nuove, ma l’elaborazione di nuovi modi per affermare le stesse cose. E credo che Lei intendesse dire proprio questo. Ma è implicito che questi modi nuovi non possono essere in problematica con le cose che vogliono presentare. Ove accadesse, ci si troverebbe al cospetto non di “modi” nuovi, ma di “cose” nuove, che, per ciò stesso, non appartengono più alla Tradizione, né alla pienezza della Verità. È il problema che è scaturito dal Concilio, tenuto conto che esso affonda le sue radici in una mentalità che preesisteva al Concilio stesso. 

Risposta. Gli apostoli hanno ricevuto la pienezza della verità, nel senso che hanno ricevuto tutte le verità rivelate, ma nel corso della storia, al seguito della Tradizione apostolica, la Chiesa conosce solo gradualmente, come è normale per la conoscenza umana, questo tesoro lasciatole dallo Sposo. In questo senso – soggettivo – la Chiesa cammina verso la pienezza della verità. In questo senso, come Lei dice bene, si tratta di “nuovi modi per affermare le stesse cose”. Invece dal punto di vista oggettivo, delle verità in se stesse, neppure gli Apostoli (dati i loro limiti umani) erano coscienti di tutto quanto era contenuto nel tesoro, benchè oggettivamente il tesoro contenesse tutto quanto lo Sposo ha voluto consegnare alla Sposa. Il grande inganno operato dai modernisti è stato appunto quello di voler far passare cose nuove e contrarie alla Tradizione sotto pretesto di presentare in modo nuovo il deposito della rivelazione.

  • 9. È pur vero che i documenti ufficiali del Magistero sono gli unici che fanno testo sul reale insegnamento della Chiesa, ma, dato lo stato del mondo in cui viviamo, questo insegnamento passa ai fedeli non attraverso la lettura, più o meno attenta, di 788 pagine del Catechismo, per esempio, ma attraverso la semplice pratica della Fede. Essa è composta da ciò che il fedele ascolta, vede e imita e ripete a sé e agli altri. Tutto questo produce frutti. A guardarsi intorno, in ambito cattolico, è davvero difficile affermare che ciò che si ascolta e si vede sia davvero cattolico, e che i frutti prodotti siano buoni. Oltre ai documenti, quindi, è necessario tenere d’occhio la pratica della Fede, e, a partire dal Concilio, questa pratica è lacunosa e controversa, contraddittoria e continuamente mutevole, nello spazio e nel tempo, e produce frutti troppo scarsi e spesso avvelenati. Potrei fare innumerevoli esempi, tutti riconducibili a vescovi, preti e religiosi, ma, Lei converrà con me, basta l’esempio della pratica liturgica. Non v’è coerenza e armonia neanche all’interno di una stessa diocesi, più che un cosmos, l’ecumene cattolico odierno è un caos. Caos che rimbalza, un gradino dopo l’altro, fino a Roma. Non mi nascondo che, in fondo, ci dovrà pur essere un qualche motivo soprannaturale per tutto questo, ma questo appartiene alla scienza di Dio, non alla mia comprensione. Ciò che posso verificare è la corrispondenza di tutto questo con le parole del Signore Gesù, «verranno tempi…», ed allora mi rendo conto che il Magistero di questi ultimi 50 anni è come se avesse dimenticato i richiami del Signore, in certi casi addirittura come se essi avessero una valenza temporale e contingente ormai superata.

Risposta.  Il quadro che Lei traccia della Chiesa di oggi mi pare troppo negativo. Non condivido, certo, il giudizio del card.Martini, secondo il quale mai come oggi la Chiesa è andata così bene (per forza! Appartiene alla corrente modernista che oggi spadroneggia!). Tuttavia credo che bisogna anche riconoscere quelli che sono stati i buoni frutti del Concilio: una liturgia più partecipata, una maggior percezione della presenza del mistero trinitario nella vita cristiana, una cristologia più orientata verso la risurrezione, un culto mariano più teologicamente fondato, una teologia più radicata nella Scrittura, sacerdoti e religiosi più vicini alla gente e soprattutto i poveri, un laicato più maturo, un’autorità più paterna, un papato più zelante per il bene dell’umanità, il fiorire di nuovi istituti religiosi e movimenti cattolici, la ricchezza della cultura cattolica, un rapporto meno polemico con i fratelli separati e con i fedeli delle altre religioni, un apprezzamento maggiore del mondo moderno, il pregio dell’ “inculturazione”, costumi cristiani meno farisaici e più evangelicamente autentici, un senso più vivo della dignità della donna, una maggiore percezione della politica come servizio, un maggior senso della giustizia sociale. Anche la condotta corrente di preti, laici, religiosi e vescovi va misurata e giudicata alla luce dell’attuale Magistero e in particolare del Catechismo, non importa se così voluminoso, ma va considerato come opera di consultazione in occasione di un dubbio su qualche tema particolare: non è necessario leggerlo tutto, così come se posseggo un’enciclopedia in 20 volumi non è necessario che li legga tutti se voglio sapere dov’è la Patagonia o che cos’è la fusione atomica. Non dimentichiamo inoltre l’esistenza di moltissimi fedeli onesti, laboriosi, convinti, di buon senso, amanti della Chiesa e del Papa. E in particolare non dimentichiamoci dei santi, viventi e defunti.

Lei mi dice: Scusi la battuta: ma posso essere preoccupato?

E io rispondo: Sì’, ma senza esagerare.     P.Giovanni Cavalcoli,OP


[1] Questa distinzione è stata stabilita in un recente documento della Chiesa del 1998. Ne illustro il contenuto nel mio libro “La questione dell’eresia oggi”, Ed. Vivere In 2008.

[2] Questa tesi la può trovare nel discorso che Paolo VI fece nel 1966 subito dopo la chiusura del Concilio, allorchè disse che il Concilio non contiene definizioni dogmatiche, e tuttavia le sue dottrine vanno accolte con sommo rispetto. E’ qui sottointesa quella adesione “prossima alla fede”, alla quale si riferisce il documento del 1998.

www.vatican.va

[3] Questo punto è sviluppato dal teologo domenicano Servo di dio Padre Tomas Tyn (1950-1990) in un suo discorso del 1985, che Lei può trovare a questo indirizzo:

www.arpato.org