Archive for the ‘Quaestiones disputatae – Invito alla discussione’ Category

Conviene parlare ancora di predestinazione?

agosto 26, 2010

Ricordo l’impressione che mi fece un mio confratello domenicano, che pure godeva di buona fama, quando, appena novizio, nel 1971, al sentire la parola “predestinazione”, si ritrasse inorridito neanche gli avessi proposto di compiere un peccato mortale. Certo si era allora ai tempi della “contestazione”, quando era di prammatica buttar via tutto ciò che precedeva il Concilio e siccome questi non parlava di predestinazione, ecco il sacrosanto dovere di pronunciare nei confronti di quel concetto una volta venerando un terrorizzato vade retro senza possibilità di appello.

Padre Tyn non aveva queste sciocche chiusure, per cui, per tutta risposta – si potrebbe dire – all’orrore tremebondo del suddetto confratello, ci ha lasciato sostanziosi e ricchi insegnamenti su questo tema importantissimo per la nostra vita cristiana e per la nostra salvezza.

Certo si tratta di un tema arduo, che – lo riconosco – può spaventare, ma il domenicano non teme gli argomenti più ardui della teologia e della morale, così come un alpinista provetto non teme le salite di sesto grado o il chirurgo del cervello non teme di mettere le mani su quel vitale organo della nostra persona.

La predestinazione è la volontà divina incondizionata ed efficace di salvare gli eletti, accettando il volontario e colpevole rifiuto di salvarsi da parte dei reprobi. E’ vero che S.Paolo parla di una “predestinazione” per tutti i discepoli del Signore; ma la Chiesa ha sempre creduto anche in un concetto più ristretto di predestinazione che si riferisce solo a coloro che si salvano, con esclusione dei dannati.

Il problema è che oggi molti non credono all’esistenza dei dannati. Da qui la caduta in oblio, come di un’idea superata per non dire falsa, del concetto di predestinazione. Fraintendendo il famoso passo di I Tm 2,4, dove si parla della volontà di Dio di salvare tutti, non si tiene conto che di fatto alcuni – coloro che si dannano – per loro colpa rifiutano questa volontà, non tanto perché non vogliano salvarsi, giacchè il bisogno di salvarsi è inestirpabile dal cuore umano, ma perché concepiscono la salvezza non secondo la volontà di Dio ma secondo la propria volontà.

L’esistenza della predestinazione e quindi di dannati obbliga, a quanto pare, a riprendere in considerazione le distinzioni fatte a suo tempo tra i grandi teologi domenicani della riforma postridentina tra la grazia operante e la grazia cooperante,  la grazia sufficiente e la grazia efficace, la volontà divina antecedente e quella conseguente, l’opera della grazia e quella del libero arbitrio, nonché le varie fasi del processo della giustificazione.

Che grado di certezza abbiamo dell’esistenza di dannati? Certo non esiste in merito un dogma definito. Esistono tuttavia pronunciamenti di Concili, esiste la tradizione dei Padri, dei Dottori, dei santi e dei teologi. Esistono soprattutto le parole inequivocabili di Nostro Signore.

Forse converrà presentare la pena infernale tenendo maggiormente conto della provvidenza divina, la quale, pur esercitando una severa giustizia, anche all’inferno non dimentica la misericordia, prendendosi cura anche là delle sue creature per le quali Cristo ha dato il suo sangue, benchè esse siano state ingrate e disobbedienti.

Rafforzamento o indebolimento del comunismo?

marzo 26, 2010

Il comunismo mondiale ha subìto indubbiamente un’evoluzione dai tempi di Padre Tyn ad oggi. Con lo scioglimento del sistema sovietico alcuni hanno parlato di “crollo del comunismo”. Ma in realtà non è così. Esso continua a sussistere in Cina, in vari paesi del mondo e dello stesso vecchio blocco sovietico, anzi qua e là è in aumento. E sussiste, come è noto, nella stessa Italia.

Ma che cos’ha in comune il comunismo dei tempi di Padre Tomas con quello di oggi? Notando le trasformazioni subìte, alcuni si chiedono perché i comunisti continuano ancora a chiamarsi tali. Indubbiamente anche in passato il comunismo è stato un movimento eterogeneo: un conto fu quello di Stalin, un conto quello di Tito, un conto il comunismo polacco, un conto quello cubano, un conto quello gramsciano. Indubbiamente comune è il richiamo a Marx, Engels e Lenin. Ma già problematico è stato da alcune parti l’aggancio a Stalin, giudicato come volgarizzazione grossolanamente materialistica dell’umanesimo fattore di degradazione della democrazia e della libertà.

Fattore comune è indubbiamente l’ateismo sulla base di un’idea della conoscenza di tipo realistico-materialistico-dialettico di origine hegeliano-feuerbachiana, con una concezione dell’uomo come essere collettivo-sociale (Gattungswesen) fattore e liberatore di se stesso nel corso della storia e mediante l’azione politico-culturale, il lavoro e l’assoggettamento della natura, dall’alienazione religioso-capitalistica dall’alienazione religioso-capitalistica con prospettiva di una società senza classi e l’abolizione dello Stato.

Altri princìpi, come quello della lotta di classe, della proprietà statale dei mezzi di produzione, della rivoluzione violenta, della dittatura del proletariato, della comunione dei beni, della lotta aperta contro la religione, sembrano essere da molte parti e in vari modi e misure accantonati o attenuati, per essere sostituiti da apporti o complementi provenienti da altre correnti filosofiche.

In tal modo si è dato spazio al pacifismo, all’ecologia, ai diritti umani, alle istanze etiche, alla libertà della persona, alla proprietà privata, alla libertà di mercato, al dinamismo bancario, a un certo interesse per le religioni e addirittura per le mistiche, soprattutto di tipo negativo, che richiamano in qualche modo – per esempio  il buddismo ed Heidegger – la tematica dell’ateismo. Qua e là si fa l’occhiolino persino al  tradizionale nemico, massimo esponente del pensiero “di destra”, Federico Nietzsche.

Si direbbe che il comunismo abbia saputo correggersi su alcuni punti e sia divenuto più umano o meno disumano, si sia accostato ai valori della coscienza, dello spirito, della giustizia, della democrazia, della sapienza, della stessa religione.

Si tratta di un mutamento sincero o di una tattica, della quale già parlava Lenin, per acquistare credito nei paesi dove il comunismo non è al governo, onde poi, una volta conquistato il potere, mettere in atto, anche con la forza, il programma comunista di abolizione della proprietà privata, di estinzione dello Stato e di distruzione della religione e di edificazione della società comunista atea e materialista, come è già stata notoriamente prevista e descritta da Marx?

Padre Tyn non aveva dubbi nel sostenere la seconda di queste alternative. E mostrava come in tutto il mondo il comunismo segua ed abbia seguìto la suddetta tattica. Quando gli amici gli facevano notare la moderazione del comunismo italiano, pur riconoscendo la crudeltà del comunismo cecoslovacco, egli regolarmente rispondeva confermando la sua tesi: In Italia non comandano i comunisti, al contrario della Cecoslovacchia, dove sono al potere.

D’altra parte come non riconoscere che il pontificato di Papa Giovanni XXIII, specialmente con la famosa enciclica Pacem in terris e  lo stesso Concilio Vaticano II hanno lasciato una traccia positiva nei rapporti tra cattolici e comunisti? Come non riconoscere che ci sono stati un travaso di idee, un rasserenamento del clima ed un abbattimento di steccati, in certa misura positivi? Come non riconoscere un qualcosa di positivo nella teoria della “convivenza pacifica” di Krusciov e della Glasnost di Gorbaciov?

Il pontificato di Giovanni Paolo II ha ricordato, soprattutto con la calibrata condanna della “teologia della liberazione”, i punti di contrasto fra cattolicesimo e comunismo, ma nel contempo, grazie alla sapiente collaborazione del Segretario di Stato Card.Casaroli, ha saputo ottenere lo scioglimento pressoché pacifico del blocco sovietico, avvenimento che, considerando come di solito va la storia in queste circostanze, ha del miracoloso. In questo contesto abbiamo la cosiddetta “rivoluzione di velluto” in Cecoslovacchia senza colpo ferire, esattamente come Padre Tomas aveva chiesto alla Madonna nell’offrire la sua vita per la Chiesa nella sua patria.

A che cosa mira attualmente il comunismo internazionale? Alla conquista del mondo secondo il puro programma di Marx o secondo un abile rimescolamento di carte, sempre sostanzialmente ateo ed antropocentrico, ma nella convinzione di rispondere alle esigenze della storia moderna?

E noi cattolici che dobbiamo fare? Siamo capaci di condurre i comunisti a Cristo, come ha fatto ed ha voluto fare Padre Tyn, distinguendo il rispetto per la persona dalla condanna dell’errore?

Oppure cincischiamo nella morta gora del dialogo progressista?

Teismo o Panteismo?

dicembre 14, 2009

Al ritorno di idealismo corrisponde oggi un ritorno di panteismo. Esso sorge dal confronto non riuscito con l’idealismo tedesco, specie Hegel e soprattutto in cristologia. Il panteismo, da sempre presente in India, non ha nell’Occidente antico una storia importante, se si esclude Parmenide. Col diffondersi del cristianesimo, erede del teismo ebraico, attaccatissimo alla gnoseologia realistica e quindi  al Dio unico e trascendente, il panteismo ha sempre fatto orrore, giacchè è stato collegato col peccato Adamo che ha voluto mettersi alla pari di Dio o sostituirsi a Dio. Gesù stesso fu condannato a morte come bestemmiatore, perché lui, semplice uomo, secondo i suoi nemici, aveva voluto farsi Dio.

Così nel Medioevo un S.Tommaso ignora quasi completamente il problema del panteismo, perché ai suoi tempi non si poneva affatto, se escludiamo il caso di Amalrico di Bène, contro il quale l’Aquinate, sempre molto contenuto nel suo linguaggio, ha un’espressione severissima (“stultissime dixit”). Nel 1310 fu giustiziata a Parigi Margherita Porète sotto l’accusa di panteismo.

Ma verso la fine del Medioevo comincia a sorgere paradossalmente un panteismo cristiano a causa di una cattiva interpretazione del mistero dell’Incarnazione, che non tiene conto della distinzione delle due nature in Cristo stabilita dal Concilio di Calcedonia contro Eutiche che mescolava la natura divina con quella umana, come se nell’Incarnazione la divina diventasse umana. Così nei primi secoli la Chiesa aveva condannato l’eresia degli “isocristi”, alcuni che credevano di essere uguali a Cristo.

Ma la mistica della fine del Medioevo, soprattutto in Germania, di tendenza irrazionalistica, cominciò ad esaltare talmente l’unione intima e immediata con Cristo, anche al di là della mediazione oggettiva della Chiesa e dei sacramenti, da concepire l’unione con Cristo come una specie di fusione dell’anima con Dio o di vera e propria trasformazione dell’anima nella natura divina. E’ questo il caso di Meister Eckhart e dell’anonimo libretto La Teologia Tedesca, molto ammirato da Lutero. Lo stesso Lutero, benchè indubbiamente attaccato al realismo e al teismo biblico, tuttavia, con la sua pretesa di scavalcare la mediazione oggettiva della Chiesa, favorì un accentuato soggettivismo, il quale, condotto alle estreme conseguenze, certamente aprì le porte alla mistica immanentistica di un  Jacob Böhme e successivamente al panteismo di Hegel, a sua volta ammiratore del Böhme.

Si sa come il linguaggio dei mistici è spesso metaforico, enfatico e paradossale. Capita che essi manchino del linguaggio preciso ed univoco della formazione scolastica. Tuttavia, nel caso dei mistici di santa vita, come per esempio un Eckhart, si può pensare che certe espressioni oggettivamente errate non rispecchino le intenzioni profonde degli autori, ma siano dovute al massimo ad imprudenza nell’uso dei termini o da certe emozioni, in sé elevate, ma poco controllate.

Il panteismo nella storia ha esercitato un certo influsso in tutte tre le religioni monoteistiche, benchè in se stesse fondate sulla trascendenza del Dio dell’Antico Testamento. Così nell’ebraismo abbiamo la tradizione kabbalistica che sfocia in Spinoza; nell’islamismo abbiamo il caso famoso di Al Allàsh nel sec.X. Quanto al cristianesimo, come ho detto, la concezione panteistica nacque a seguito di una falsa interpretazione dell’unione delle due nature in Cristo e col pretesto dell’unità della persona di Cristo.

Oggi, nel clima di dialogo e confronto con le culture non-cattoliche, esiste il rischio di abbandonare la cristologia calcedonese così sapientemente commentata dall’Aquinate, per lasciarsi influenzare, come ho detto, da varie forme di panteismo antiche e moderne, come per esempio la teosofia, la filosofia indiana, l’ermetismo, l’esoterismo massonico, l’antica misteriosofia pagana, il sufismo e la kabbala. Ma le forme più dotte e seducenti sembrano essere due: il panteismo storicista cristiano di Hegel e il panteismo eternalista di Severino. Si tratta in fondo di due forme di gnosticismo, più accentuato il secondo, in quanto Severino rifiuta esplicitamente il cristianesimo considerandolo “folle” a causa del dogma della creazione e ritiene di aver raggiunto una conoscenza dell’Eterno superiore a quella proposta dal cristianesimo.

Il panteismo è segnalato da Pio X come presente nel movimento modernista, dopo che era già stato condannato dal Concilio Vaticano I. Data l’attuale rinascita di modernismo, potremmo chiederci se non sarebbe bene che l’attuale Magistero della Chiesa rinnovasse tale condanna.

Padre Tyn spesso nei suoi scritti si confronta col panteismo e ne fa una critica acuta, sostenendo le ragioni del teismo. Egli non affronta soltanto direttamente il panteismo esplicito e formale, ma mostra anche come una certa concezione errata dell’essere in metafisica, una certa errata concezione di Dio o dell’uomo o della conoscenza o dell’agire umano o della libertà o della morale o della fede possano di fatto condurre come ad estrema conseguenza al panteismo.

Realismo o Idealismo?

agosto 13, 2009

Uno dei grandi cantieri di lavoro aperti nella teologia e specie nella cristologia di oggi è il confronto tra il realismo tomista e l’idealismo tedesco, specialmente Hegel fino ai suoi recenti eredi fenomenologi Husserl ed Heidegger. L’essere è distinto dal pensiero, l’essere è extra animam, come dice l’Aquinate, esiste in sé indipendentemente dal pensiero e prima del pensiero o è l’essere pensato, l’“essere trasparente a se stesso”, come dice Rahner, l’essere-che-appare-a-me?

Padre Tomas è netto nel sostenere il realismo e nel confutare l’idealismo. Occorrerebbe però uno spirito di maggiore accoglienza di quanto di valido esiste nell’idealismo? Non hanno essi qualche punto in comune? E se sì, quale?

Vano è il tentativo, fatto da alcuni filosofi, di cercare una terza via, un punto di vista superiore o di ammetterli come due legittime possibilità, con facoltà di scegliere la visione preferita. Lapidaria e giusta è la frase di Maritain, in Les degrés du Savoir, dopo una magistrale confutazione dell’idealismo: “Il faut choisir entre le réalisme et l’idéalisme comme entre le vrai et le faux”. Non ci sono vie di mezzo. Come già notava S.Tommaso (Sum.Theol.,I,q.85,a.2), o l’oggetto del nostro pensiero è il reale o sono le nostre idee. Non ci sono altre possibilità.

Ne va la concezione di valori vitali, come quello dell’essere, di Dio, del pensiero, della verità, della conoscenza, della coscienza, della ragione, della fede, dell’ortodossia e per conseguenza del Magistero della Chiesa, della convivenza umana, della morale, della dignità della persona umana, della vita cristiana.

L’idealismo è una gnoseologia che conduce, in teologia, al panteismo. Se infatti si dà identità di essere e pensiero, allora vuol dire che l’essere è divino e che quindi tutto è Dio, giacchè in realtà, come mostra l’Aquinate, solo in Dio essere e pensiero coincidono. In noi il pensante è distinto dal pensiero e dal pensato.

L’idealismo non è il “pensiero moderno”. E’ solo una della correnti del pensiero. Esiste anche il tomismo moderno, dei Maritain e dei Congar, con la differenza che questo è conforme alla sana ragione e conciliabile col dogma cattolico, mentre non altrettanto si può dire dell’idealismo, senza per questo misconoscerne aspetti positivi.

La Chiesa, soprattutto con Pio XII, ha condannato l’idealismo. Forse è bene che essa torni a condannarlo, giacchè oggi è tornato a diffondersi.

Quaestiones disputatae – Invito alla discussione: La questione del tradizionalismo

aprile 24, 2009

Il recente Motu proprio del Santo Padre che concede ulteriori facilitazioni alla celebrazione del Rito romano antico della S.Messa, ha rimesso alla ribalta la questione e la presenza del tradizionalismo cattolico e quindi ha riproposto con vivezza la questione di cosa si deve intendere con questo termine. Si deve distinguere un tradizionalismo sano da un tradizionalismo scismatico?

Padre Tyn si considerava apertamente “tradizionalista”. Ma non era certo un lefevriano. Con questo termine egli intendeva semplicemente il cattolico che, senza mancare di obbedienza ai decreti del Concilio e del postconcilio, intende restar fedele alle tradizioni immutabili della Chiesa, pur nel rifiuto di quelle superate e mutevoli.

Egli dunque ha dato un senso all’appellativo di “tradizionalista” accettabile per un cattolico. Viceversa i progressisti modernisti da tempo vedono con  disprezzo l’essere tradizionalista, come se si trattasse di una posizione contraria agli insegnamenti del Concilio Vaticano II.

Può esistere nella Chiesa, nel rispetto da parte di tutti dei valori essenziali ed universali dell’essere cattolico, un sano tradizionalismo accanto a un sano progressismo? Se guardiamo alla storia della Chiesa e all’esempio dei santi, non dobbiamo rispondere affermativamente a questa domanda? Taziano non voleva forse mantenere il pensiero biblico immune dall’influsso greco, mentre Clemente Alessandrino era favorevole all’assunzione della sapienza greca nella sapienza cristiana? Un S.Tommaso non spinse forse la teologia verso nuovi orizzonti? mentre S.Bonaventura  era invece preoccupato di salvaguardare la teologia tradizionale? Ai tempi della Riforma tridentina i Domenicani furono i difensori del tomismo tradizionale, mentre i Gesuiti si impegnarono nell’assunzione dei valori dell’Umanesimo. All’epoca del Concilio Vaticano I assistiamo al confronto tra i cattolici liberali e i cattolici tradizionalisti. All’epoca dello stesso modernismo non mancò un confronto leale fra innovatori e conservatori. Il confronto tra il tradizionalista Garrigou-Lagrange e il progressista Maritain, o tra i due grandi teologi domenicani, il tradizionalista Ramirez e il progressista Congar, alla soglia del Vaticano II, non impedì tra di loro una profonda comunione spirituale, anche se tra qualche accidentale dissapore.

Tradizionalismo e progressismo si completano a vicenda, perché il pensiero umano e per conseguenza il pensiero teologico si compone strutturalmente di fedeltà all’immutabile e di spinta verso il nuovo. Questo duplice aspetto, contenuto nei giusti limiti, è del tutto fisiologico e sarebbe grave errore voler eliminare uno dei due aspetti o ridurre l’uno all’altro.

Se le cose stanno così, e sulla base dei comuni valori del cattolicesimo, non dovrebbero esserci serena convivenza, comune rispetto e reciproca collaborazione fra tradizionalisti e progressisti? E il tradizionalismo di Padre Tyn, immune com’è da settarismo e faziosità, non è forse fatto apposta per convivere con un progressismo alla Maritain – tanto per intenderci -, in perfetta consonanza col Magistero della Chiesa e con la stessa tradizione cattolica?

Di prossima discussione: Realismo o idealismo